martedì 15 ottobre 2013

Mio figlio è un campione

Riporto quasi completamente un articolo apparso ieri su Repubblica, l'articolo completo è questo: repubblica.it/scuolecalcio. Non voglio fare polemiche nei confronti del pianeta calcio, nel basket il fenomeno di cui si parla è più limitato perché ci sono meno soldi e, lo spero tanto, perché c'è un po' più di cultura. Non ho scritto cultura sportiva perché lo sport è cultura, ebbene sì!
La mia riflessione quindi non va  fatta nei confronti delle scuole calcio, ma nei confronti dei genitori. E la riflessione vale non solo per il calcio. Siete consapevoli che state vendendo sogni, spesso inutili, ai vostri figli? Perché quando si parla di sport perdete la lucidità mentale e pretendete che vostro figlio sia un campione? La sport ha soprattutto altri significati. Nell'articolo si parla di successo facile, forse è questa la risposta...
Buona lettura.





I bambini fanno sogni di cuoio. Guardano il pallone come una sfera di cristallo, ci leggono un futuro da star: una maglia importante, una fascia sul braccio, uno stadio in adorazione. Ma la realtà è spietata come un numero. C'è un esercito di minicalciatori con aspirazioni da grandi, 300mila soldatini nelle categorie più piccole del pallone, quelle che hanno nomi da peluche, piccoli amici e pulcini. Solo uno su 4-5mila arriverà a esordire in A, dove negli ultimi dieci anni hanno messo piede per la prima volta appena 622 ragazzi cresciuti nel vivaio e il trend è in calo (solo 36 l'anno scorso). La regola è che quel manipolo di aspiranti eroi, con la maglia sempre un po' troppo larga, finirà a fare altro: meccanico, panettiere, impiegato, ragioniere. Sognando Beckham, ti ritrovi a lavorare al catasto. Alla partenza, l'ambizione di tutti è l'azzurro e alimenta il business delle scuole calcio: 7.189 in Italia, numero impressionante se paragonato alle scuole medie (8mila) o elementari (16mila). Le rette annuali variano da 300 a 900 euro e garantiscono ai gestori ricavi a molti zeri. Realtà spesso piccole, che contribuiscono alla formazione e alla crescita dei bimbi. Antonio Piccolo, istruttore della scuola calcio Arci Scampia (tre campi in erba sintetica, 500 iscritti), spiega: "Ai ragazzi meno bravi non bisogna bruciare i sogni, ma neppure alimentare false illusioni. Bisogna insegnare loro che nella vita c'è altro: lo studio, il lavoro, essere cittadini migliori. Hanno come riferimento la tv, i milioni di Balotelli. Giocano perché vogliono arrivare, sono sempre meno quelli che lo fanno per divertirsi. Invece il calcio è bello perché hai degli obiettivi condivisi con un gruppo di compagni, perché dà emozioni anche in Eccellenza, in Promozione, la domenica con gli amici. È legittimo sognare, ma i ragazzi vanno protetti. Prima di tutto da madri e padri, che spesso invece cercano il riscatto della loro vita attraverso i bambini. Poi dai personaggi che s'aggirano per i campi: qui tutti sono agenti Fifa, tutti avvicinano i genitori, tutti fanno i talent scout. In un quartiere come il nostro, abbiamo un dovere in più". Le accademie si dividono su tre livelli qualitativi. Il 73% sono centri di base. Per avere lo status di scuola calcio "riconosciuta" servono tecnici qualificati, un medico, strutture adeguate (24% del totale). Più in alto ancora ci sono le scuole calcio "specializzate" (232, il 3%): hanno convenzioni con istituti scolastici e uno psicologo che incontra genitori, istruttori, dirigenti. Spiega il professor Alberto Cei, psicologo dello sport: "La difficoltà maggiore per le società è gestire i genitori. Finché i bambini hanno 8-9 anni, tutto tranquillo. Poi, cresce l'ansia di avere in casa il nuovo Totti e persino i nonni cominciano a lamentarsi. Protestano se il bimbo gioca in una squadra mista, con le bambine, pensano "proprio a me?". Gli incontri con lo psicologo servono a creare un clima positivo, a elevare la qualità dell'insegnamento". Per diventare istruttori, bastano la terza media, un corso di 80 ore, una tesina e un test finale, ma la maggioranza dei tecnici in Italia (14mila su 20mila) ha un patentino Uefa B, utile anche per allenare in serie D. L'Assoallenatori ha istituito corsi sperimentali specifici per i vivai e propone di renderli obbligatori: i grandi tecnici, insomma, dovrebbero prima imparare a lavorare con i ragazzi. "Gli psicologi - prosegue Cei - osservano in partita il comportamento degli istruttori e ne compilano un'analisi, ad esempio valutano se dopo l'errore di un bambino il tecnico dà istruzioni, rimprovera, incoraggia, ignora, oppure con quanti ragazzi si ferma a dare spiegazioni". Dai primi calci alla squadra vera la strada è un imbuto. Nella fascia 11-12 anni, categoria Esordienti, giocano 150mila tesserati, il 26% della popolazione maschile in questa fascia d'età. Nel campionato Allievi, 16 anni, ne restano 70mila, meno della metà. Scrematura lenta e inesorabile. Del gruppone partito con l'iscrizione a una scuola calcio e tante speranze, tre su quattro si arrendono molto prima dell'adolescenza. Da bambini è facile trovare una maglia e un po' di spazio: basta pagare. Quando il gioco si fa serio, restano i più bravi. Mino Favini, responsabile del settore giovanile dell'Atalanta, lavora sui ragazzi da quasi 40 anni: "Il nostro è un caso particolare, ne abbiamo in prima squadra sette che qui sono arrivati bimbi. Ma nel complesso la selezione è durissima. Prima di tutto ci vuole un po' di talento, e quello non si insegna. Poi, c'è un percorso di formazione complesso: la crescita fisica la decide il Padreterno, quella atletica, tecnica e tattica, cioè la definizione del ruolo, dipende dal lavoro negli anni. Infine c'è il carattere: bisogna dimostrare di avere intensità agonistica, spirito di sacrificio, capacità di stare nel gruppo. Solo chi soddisfa tutti i requisiti ce la fa. Rispetto a dieci o vent'anni fa, i ragazzi hanno più distrazioni, faticano a concentrarsi sull'obiettivo, vogliono il successo facile. E poi ci sono elementi di disturbo, dai sedicenti procuratori alle famiglie: sapeste come sono terribili le mamme". Nel calcio del Duemila, muscoli e centimetri vengono preferiti alla qualità. Il presidente del settore tecnico, Gianni Rivera, ricorda che "l'errore dei vivai è selezionare i giocatori solo sul fisico, bisogna riscoprire la tecnica". Curiosamente, la stragrande maggioranza dei giocatori italiani è nata nel primo semestre dell'anno, dato evocativo di pericolosi criteri di selezione, all'interno di una classe, basata sulla maturazione fisica. "Ha ragione Rivera - annuisce Favini - ormai in Italia la scelta dei ragazzi si fa solo sull'altezza e la corporatura, io penso che bisogna riportare l'attenzione sul talento, sulla capacità naturale di toccare la palla, che si scopre da bambino". C'è infine il limbo di quelli che ottengono un contratto da professionista, ma non girano in Ferrari. Su 13mila calciatori, nove su dieci non dichiarano più di 35mila euro lordi all'anno e 2.547 sono sotto i 5mila. Ci sono mestieri e paghe peggiori, per carità. Ma quelli almeno durano una vita.





lunedì 14 ottobre 2013

Come quell'altra volta

Piccola lettera all'SS Erich Priebke, con un certo rancore.

Ti auguro finisca come quell'altra volta, come ai funerali di Gatsby. E sai perché te lo auguro? Perché eravate uguali, entrambi già sconfitti alla partenza. Lui, che ha saputo conquistarsi tutte le persone, con mezzi leciti e non, e poi la ricchezza, la rispettabilità e il potere. Tu, che hai saputo conquistarti l'odio, ma anche il rispetto della tua parte, e la vergogna da parte da parte dell'umanità. Entrambi aridi e sterili, non avete arricchito l'essere umano. Questo è il motivo per cui siete due sconfitti.
Ti auguro un funerale come Gatsby, con la pioggia e con poca gente. Magari nessuno. Ti auguro di essere dimenticato nel giorno del tuo funerale. Siete stati entrambi il ritratto della vostra epoca, lui, Gatsby, eccellente rappresentante del rampollo americano prima della Grande Depressione. Tu, la perfida SS, coprotagonista di una tragedia umana. E il vero dramma è che una parte degli uomini era, è e sarà come te. Non meriti rispetto, neanche da morto.

venerdì 11 ottobre 2013

2 agosto 2002

Oggi posto una poesia che il sito prosaepoesia.net ha pubblicato questa settimana, l'opera è tratta da La fatica di non pensare (edizionidelfaro.it/lafaticadinonpensare).
Vi chiedo cortesemente di mettere il vostro I LIKE e di condividere la poesia nei social. Se poi vi avanza un po' di tempo fatevi follewer di questo blog. Gracias


Oggi, 2 agosto
duemiladue.
Nur Pansiyon,
Selçuk.
Potrei scrivere
l’inizio di tutto quello
che farò
da qui al 2027.
Ma preferisco restarmene qui
disteso su un letto
con quattro
cuscini di stile vagamente orientale.
Tutto attorno tappeti, divani, candele, vasi.
Proprio un bel salottino.
Noi siamo arrivati
ma le valigie no.
Arriveranno.

martedì 8 ottobre 2013

Con la cultura non si mangia

Riprendo la frase del fulgido ex ministro Tremonti che, per giustificare i suoi tagli, il titolare dell’Economia scelse siffatto spot. Letta, nei suoi primi giorni a Palazzo Chigi, fece questa promessa: “Se ci saranno altri tagli, mi dimetto”. Non che ci sia più granché da tirar via. Il bilancio del ministero è passato dai 2,7 miliardi di € del 2001 (lo 0,37% del bilancio totale dello stato) a 1,5 miliardi previsti per il 2013 (appena lo 0,2% del bilancio dello Stato). Per il  il budget del Mibac è un terzo di quello dell’omologo ministero francese (circa 4 miliardi) e corrisponde allo 0,11% del Pil (in Francia è lo 0,24). La cultura, in Italia, pesa sempre meno. Secondo il rapporto annuale 2013 di Federculture, dal 2008 a oggi il settore culturale ha perso in tutto 1,3 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Investimenti che sono venuti a mancare a livello centrale e a livello di enti locali. Nel 2008 i comuni spendevano in cultura 2,4 miliardi di €, scesi a 2,1 nel 2011. Così come le provincie, nello stesso periodo, sono passate da 295 milioni a 213. In Paese governato da caste, direi che il mezzo più importante per il progresso, cioè la cultura, è "leggermente" messo da parte...
Mi sono documentato leggendo questo articolo: ilfattoquotidiano/conculturanonsimangia.

sabato 5 ottobre 2013

American Ciacoe at Fishmarket

Il 24 ottobre ritornano i live di American Ciacoe (facebook/AmericanCiacoe), un viaggio musicalculturale negli States nel ventesimo secolo. Saremo ospiti al Fishmarket di Padova: facebook/fishmarket. Altre date sono in programmazione, fermento culturale...



giovedì 3 ottobre 2013

Paradiso per illusi

Anche oggi il sito prosaepoesia.net ha pubblicato una mia poesia, l'opera è tratta da La fatica di non pensare (edizionidelfaro.it/lafaticadinonpensare), che leggete qui sotto.
Vi chiedo cortesemente di mettere il vostro I LIKE e di condividere la poesia nei social. Se poi vi avanza un po' di tempo fatevi follewer di questo blog. Gracias.
 
 
Paradiso per illusi:
al silenzio parlano
le nostre bocche.
Il silenzio parla
sotto il bavaglio
a noi che siamo
affamati di dolore,
mai sazi di sofferenze:
perversione cosmica dei nostri sentimenti.

martedì 1 ottobre 2013

Autocelebrazione

Dopo la pausa settembrina, a breve riprenderò la promozione de La fatica di non pensare - edizionidelfaro.it/lafaticadinonpensare. Sarò ospite, a partire da questo mese di ottobre, in vari eventi tra il Veneto, il Friuli e l'Emilia Romagna.
Vi terrò aggiornati, intanto leggetevi  un po' di materiale non ancora edito, la bellissima recensione che ha fatto Fabrizio Carollo (www.fabriziocarollo.it) per il portale www.bolognaplanet.it de La fatica:recensione/Fatica. Vi faccio leggere anche una mia poesia che a pubblicizzato recentemente il sito prosaepoesia.net e che ha avuto ottime recensioni: ho dato il tuo nome. Per ultimo, vi invito a leggere una nuova rubrica: la fatica d'essere scrittore #1.
 
 
 
LA FATICA DI NON PENSARE ma anche il mio precedente libro UNA COMPLESSA SEMPLICITA', si possono acquistare anche online, LA FATICA DI NON PENSARE è acquistabile anche in formato e-book, al prezzo di € 3,49.  Alcuni siti dove poterli acquistare: www.ibs.it, www.amazon.it, www.unilibro.it.
LA FATICA DI NON PENSARE  è acquistabile anche nel sito dell'editore, www.edizionidelfaro.it   o nelle librerie, codice isbn 9788865378663.
 
Per me, una persona eccezionale è quella che si interroga sempre, laddove gli altri vanno avanti come pecore.
F. De André