venerdì 22 settembre 2017

Vi aspetto tra poche ore a Mestre!

Buon pomeriggio!

Nel darvi appuntamento a più tardi con la presentazione del mio romanzo L'uomo che piangeva in silenzio, qui tutte le info che vi servono:  facebook/evento/mestre - edizionidelfaro/evento/mestre, vi ripropongo un estratto, non proprio ottimista, ma questo è il mio morale in questo periodo:

Prima o poi sarebbe dovuto uscire da quei quattro muri, che ora aveva anche dubbi sulla loro esistenza. Forse quei quattro muri erano la sua mente. Era bello avere tanti dubbi, lo facevano sentire vivo.
Finì di bere il vino, era un po’ aspro, o forse lo era lui.

Foto di copertina di Daniela Martin

martedì 19 settembre 2017

Una poesia e un romanzo, ancora...

Oggi vi presento un'altra poesia che sarà presente nella mia prossima raccolta, In quanti siamo rimasti in questo caffè, in uscita tra poche settimane.
Edita sempre da Edizioni del Faro, il mio editore fin dall'inizio della mia attività di scrittore, la raccolta di poesie racchiude gli scritti dei miei ultimi anni. 

Intanto vi invito a seguirmi nei social per avere tutte le info, vi ricordo che potete acquistare anche gli altri miei libri, contattandomi o direttamente nel sito dell'editore, che il mio romanzo L'uomo che piangeva in silenzio mi farà compagnia nelle presentazioni del 22 settembre alla Libreria Ubik di Mestre e il 30 al Centro Civico di Livergnano, sull'appennino bolognese, e visto che il 22 si avvicina, qui potete trovare altre info: facebook/evento/ubikmestre. E se non vi basta, ve lo ricorda anche il mio editore: edizionidelfaro/fornaro/mestre.

Ma come vi dissi ad inizio post, vi do in pasto questa poesia. In quanti siamo rimasti in questo caffè sta per nascere...
Ph. Deborah Bencini


CHE CAZZO AVETE DA RIDERE?

Mi dicono che rido poco,
che dovrei ridere di più.
Ma loro non sanno che
ridere con me
è come entrarmi
nell’anima,
ridere con me
è un fatto intimo,
molto intimo.

Chissà se poi
tutti quelli
che mi dicono
che dovrei ridere di più
si perdono nelle tenebre
della notte
disperati
e pazzi di dolore
per la loro esistenza
che non va
come gli avevano fatto credere che
sarebbe andata.
Perché la vita è spesso
solo una grande rottura di palle.
La caldaia rotta, il lavoro sempre
più stressante,
i falsi amici che dimostrano di
essere effettivamente
falsi amici.
Non si trova mai parcheggio,
la gente è pazza per il terrorismo
e le malattie che vengono
dall’Africa.
Le religioni sono un business,
le banche trafficano in armi
e tutti sappiamo che
per quanto bella e soddisfacente
possa essere la vita,
alla fine torneremo ad essere polvere.
Che cazzo avete tutti da ridere?
Prendete Robin Williams
ha passato la sua intera esistenza
a far ridere gli altri
e poi si è ritrovato solo
a dover sconfiggere il demone della depressione.
Nessuno di voi, abituati ad avere sempre
il sorriso stampato in faccia,
che si sia accorto della sua solitudine, eh?
Bravi tutti a ridere sempre,
un po’ come scoreggiare
ad ogni pensiero fatto.
La felicità non è ridere sempre.
La felicità, probabilmente,
non esiste.
Al massimo si può aspirare
alla serenità.

L’uomo più sereno è
quello depresso,
solitario e triste.
Amare non è essere felice,
amare è vivere.
Io vivo
e rido con chi cazzo mi pare.

domenica 17 settembre 2017

Una poesia e un romanzo

Buona domenica! O buon lunedì, per chi oggi non avrà voglia o tempo di stare sui social.
Oggi vi presento un'altra poesia che sarà presente nella mia prossima raccolta, In quanti siamo rimasti in questo caffè, in uscita tra poche settimane.
Edita sempre da Edizioni del Faro, il mio editore fin dall'inizio della mia attività di scrittore, la raccolta di poesie racchiude gli scritti dei miei ultimi anni. 

Intanto vi invito a seguirmi nei social per avere tutte le info, vi ricordo che potete acquistare anche gli altri miei libri, contattandomi o direttamente nel sito dell'editore, che il mio romanzo L'uomo che piangeva in silenzio mi farà compagnia nelle presentazioni del 22 settembre alla Libreria Ubik di Mestre e il 30 al Centro Civico di Livergnano, sull'appennino bolognese.
Ma come vi dissi ad inizio post, vi do in pasto questa poesia. In quanti siamo rimasti in questo caffè sta per nascere...


LA DEMOCRAZIA DEI VERMI


Ora che sono arrivati
i soldi
possiamo fare la guerra.
E vi dico fare
e non andare
perché la guerra
inizia da dentro
noi stessi.
Non si va in guerra
se prima non siamo in guerra già
dentro di noi.

Io non sono per la pace
ma non sono neanche per
la guerra.
Sono per evitare
le rotture di palle
e la guerra lo è!

Non credo alla democrazia tramite la guerra
e non credo alla guerra di religione.
Secondo voi quale Dio si farebbe difendere
da uomini?
Un vero dio non ha bisogno di difensori
e un vero credente ama il suo
di dio
e lascia stare gli altri.
Che poi alla fine
i vermi ci mangeranno tutti
senza fare grosse distinzioni.

Dovreste bere più birra
ed essere meno credenti
di tutte le cazzate che vi sparano
la TV, i giornali e internet.
Vivete nel terrore
che l’ALTRO vi possa
uccidere o fare del male.
E poi vi emozionate
ad ogni immagine buonista,
un drammatico atteggiamento,
un vero
paraocchi della verità.
Io sono come i vermi,
non faccio distinzioni,
siete tutti uguali,
perché uguali sono
la paura e
la mancanza di
intelligenza.
Pensate ai vermi,
io sono come loro.
Ph. William Nordio

venerdì 15 settembre 2017

Bologna+Carollo+BluesCafe'

Vi ho già detto tutto con il titolo. Vi aspetto questa sera alle 19.00 al Blues Cafe' - via Bentini, 65 zona Corticella - con il vero protagonista: Fabrizio Carollo. Chiacchiererò con Fabrizio del suo ultimo romanzo, Il mostro della mannaia.
Alla fine, buffet e aperitivo! Avete ancora dubbi??! 😉


mercoledì 13 settembre 2017

Eccone un'altra!

Oggi vi presento un'altra poesia che sarà presente nella mia prossima raccolta, In quanti siamo rimasti in questo caffè, in uscita tra poche settimane.
Edita sempre da Edizioni del Faro, il mio editore fin dall'inizio della mia attività di scrittore, la raccolta di poesie racchiude gli scritti dei miei ultimi anni. 

Intanto vi invito a seguirmi nei social per avere tutte le info, vi ricordo che potete acquistare anche gli altri miei libri, contattandomi o direttamente nel sito dell'editore, e vi do in pasto questa poesia. In quanti siamo rimasti in questo caffè sta per nascere...


INCRESPATURE


Dove sono finiti quei due?
Non ci sono mai stati.
E allora
non sono finiti da nessuna parte.

E la filologia
come si può definire?
Di fatto, non è facile dare una definizione univoca
perché è una disciplina dai molteplici aspetti.
La filologia è stata, e può essere, definita
in maniere diverse.

E grazie al cazzo!
A tutti questi pensieri
inutili.
Quei due lì
non sono mai esistiti,
quindi
non preoccuparti.
Stai sereno.
La filologia è più difficilmente
definibile di una religione,
quindi preoccupati ancora meno
e aumenta la tua serenità.

Per quanto interessanti siano le persone
e per quanto bene possano dispensare
ricordati
che quei due lì
insieme
valgono
meno di te
e che la complessità
della tua mente
vale più di un filologo.
Ph. William Nordio

lunedì 11 settembre 2017

Qualche pensiero per il nuovo libro

Buona settimana!
In mezzo ai miei mille impegni, sto ultimando la correzione della mia raccolta di poesie In quanti siamo rimasti in questo caffè
Edita sempre da Edizioni del Faro, il mio editore fin dall'inizio della mia attività di scrittore, la raccolta di poesie racchiude gli scritti dei miei ultimi anni. 

Intanto vi invito a seguirmi nei social per avere tutte le info, vi ricordo che potete acquistare anche gli altri miei libri, contattandomi o direttamente nel sito dell'editore, e do in pasto questa poesia. Sarà una delle poesie scelte per la raccolta In quanti siamo rimasti in questo caffè.


LA SUCCESSIONE DEI MIEI PENSIERI

E' vero che nulla succede per caso.
Che si incontrano le persone
che ci stanno aspettando da tempo.
Ogni cosa è vera, anche la fantasia.

Come la porta sbattuta uscendo di casa.
Come le verità parziali, quindi potremmo dire come le mezze bugie.
Come lo sguardo frusto di Hemingway.
L'amore è una frottola a cui solo le donne innamorate credono.

Come chi non sa pensare, quindi scende subito alle conclusioni.
Come la vita che anche se la vivi male di riserva qualcosa di buono.
Come l'innato senso dell'umorismo di Twain.

La differenza tra la poesia e la vita è che sono drammaticamente uguali. 

Ph. Benedetto Restivo

venerdì 8 settembre 2017

Che lettera!

Abbandono per oggi la promozione della mia nuova raccolta di poesie, In quanti siamo rimasti in questo caffè, per parlarvi di una lettera di uno scrittore che conosco molto bene e che, spero, d'avervi aiutato a conoscere un po' in questi anni: Steinbeck. La lettera che ho trovato qui www.tpi.it/letterasteinbeck, è stata scritta proprio dallo scrittore americano nel '58 al figlio Thom, in risposta alla dichiarazione del figlio al padre dove si diceva innamorato di una sua compagna di scuola.
Eccovi la bellissima lettera: 

“New York
10 novembre 1958
Caro Thom:
Abbiamo ricevuto la tua lettera stamattina. Risponderò dal mio punto di vista e naturalmente Elaine dal suo.
Innanzitutto, se sei innamorato, questa è una buona cosa – direi che è la cosa migliore che possa succedere a chiunque. Non lasciare che nessuno la riduca a una cosa piccola e insignificante.
In secondo luogo, ci sono diversi tipi d’amore. Ce n’è uno egoista, meschino, avido, interessato, che usa l’amore per il proprio narcisismo. Questo è il tipo d’amore brutto e paralizzante. L’altro è un fuoriuscire di tutto ciò che c’è di buono in te – gentilezza, considerazione, rispetto -, che non sono solo il rispetto sociale delle buone maniere ma una forma di rispetto più grande che consiste nel riconoscere un’altra persona come unica e preziosa. Il primo tipo d’amore può renderti ammalato, piccolo e debole, ma il secondo può liberare in te forza, coraggio, bontà e perfino saggezza che non sapevi di avere.
Dici che questa non è solo una cotta da ragazzini. Se la senti in modo così profondo naturalmente non lo è.
Ma non credo che tu mi stessi chiedendo cosa provi. Lo sai meglio di chiunque altro. Quello che ti serviva da me era sapere cosa fare al riguardo, e questo posso dirtelo.
Innanzitutto gioiscine e sii molto felice e riconoscente per il fatto che è successo.
L’oggetto dell’amore è la cosa più bella che esista. Prova ad esserne all’altezza.
Se ami qualcuno, non c’è assolutamente nulla di male nel dirlo, però devi ricordare che alcune persone sono molto timide e talvolta quando lo si dice bisogna tenere quella timidezza in considerazione.
Le ragazze hanno una loro maniera di capire o sentire quello che senti, ma di solito vogliono sentirselo dire.
A volte succede che quello che senti non sia reciproco per un motivo o per un altro, ma questo non rende i tuo sentimenti meno preziosi e degni.
Infine, conosco la sensazione che stai provando perché la possiedo anch’io e sono contento che la provi anche tu.
Saremo lieti di incontrare Susan. Sarà assolutamente benvenuta. Ma sarà Elaine a occuparsene perché quello è il suo campo e sarà molto lieta di farlo. Anche lei sa qualcosa dell’amore e forse può aiutarti più di me.
E non preoccuparti di perdere. Se deve succedere, succederà: l’importante è non avere fretta. Le cose buone non scappano via.
Con affetto,
Papà”

mercoledì 6 settembre 2017

Poesie quasi pronte. Anzi, pronte!

Come promesso, inizia il periodo In quanti siamo rimasti in questo caffè, la mia prossima raccolta di poesie. Dovrebbe uscire entro fine settembre. Edita sempre da Edizioni del Faro, il mio editore fin dall'inizio della mia attività di scrittore. Spero faremo un bel lavoro anche questa volta.
Intanto vi invito a seguirmi nei social per avere tutte le info, vi ricordo che potete acquistare anche gli altri miei libri, contattandomi o direttamente nel sito dell'editore, e do in pasto questa poesia. Sarà una delle poesie scelte per la raccolta In quanti siamo rimasti in questo caffè.



AD UN CANE PUOI DIRE TI VOGLIO BENE


Pensò, siamo degli animali,
magari evoluti ma siamo degli animali.
E l’istinto è sempre quello: la sopravvivenza.
Iniziò a fare pensieri strani (anche sapeva bene che la parola strano non esiste)
e slegati.
Ma necessari.

Vorrei fossero passati 7mila anni
dall’ultima volta che ho pianto.

Non sono una persona insicura,
do valore ad ogni cosa
che faccio,
do importanza ad ogni scelta.

E’ bello emozionarsi.
Se solo non esistesse l’ansia.
E questo umorismo lo capisco
solo io.
Ma se dovesse esistere
un altro essere umano che mi capisce,
please… fammelo presente.

Probabilmente sono inutile per la maggior
parte della popolazione mondiale.
Mi manderebbero a fare piramidi in Egitto.
Quando comincerete
a capirmi
sarò già morto da tempo.
Ma se qualcuno mi dovesse capire ora
mi farebbe un piacere.
Anche perché
non ho sbagliato tutto nella vita,
solo quello che vi ho mostrato.

Poi smise di pensare
e ascoltò il battito del suo cuore
e quello strano (ma la parola strano non esiste)
dolore.

Ora metti una serata estiva.
Calda ma non umida,
serena e poco rumorosa.
Nessuno, o quasi,
a disturbare.
Metti due persone su un ponte
a chiacchierare.
Stanno bene assieme, lo si vede.
Lo capirebbe anche un cane.
E supponi che una delle due
improvvisamente si butti giù
e muoia.
All’altra persona 
cosa importerebbe?


lunedì 4 settembre 2017

Settembre pieno di eventi

Eccomi! Buona settimana con molte news sul mio conto.
Sarà un mese molto impegnativo. Il 15 e il 16 avrò l'onore di presentare il caro amico Fabrizio Carollo, collega scrittore e molto altro. In particolare vi consiglio la data del 15, saremo a Bologna - zona Corticella - dai mitici ragazzi del Blues Cafe'
Per quanto mi riguarda, sarò impegnato nella promozione del mio ultimo libro, il romanzo L'uomo che piangeva in silenzio: il 22 sarò a Mestre, mentre il 30 a Pianoro. A proposito di libri, è sempre valida la promo estiva per acquistare i miei a prezzi vantaggiosi: maurofornaro.blogspot.it/qualchenews. Sugli eventi avrete, come sempre, tutte le news nelle prossime settimane.

Finito qui? assolutamente no! Tra poche settimane uscirà la mia quarta raccolta di poesie. Edita sempre da Edizioni del Faro. Dal prossimo post inizierò a darvi le prime news.


venerdì 1 settembre 2017

A proposito di paura...

Oggi ritorno con un po' di America, parlo di Hervey e dei danni che ha fatto e che sta ancora facendo, in attesa che mi torni voglia di vivere e di essere più attivo, vi parlo di paure, ma non delle mie.
L'articolo completo lo travate qui: repubblica.it/harvey.
Anche  se declassato a tempesta tropicale, Hervey ha devastato il Texas e molti altri stati del sud. Si stimano danni per 160 miliardi di dollari. Ma non voglio fare un report, vi voglio parlare di una centrale chimica vicino a Houston dove nei giorni scorsi ci sono state due esplosioni. Come misura precauzionale era stata infatti evacuata un'area di tre chilometri tutt'intorno. La fabbrica, che produce perossido organico (utile sia per la fabbricazione di materiali da costruzione che per prodotti farmaceutici) si trova a Crosby, contea di Harris, a circa 40 chilometri a nord-est di Houston. Le attività di produzione nell'impianto erano state interrotte già la passata settimana, prima che Harvey toccasse terra, ma sulla cittadina si sono rovesciati poi più di cento centimetri di pioggia. Senza elettricità i generatori di riserva hanno perso potenza e i composti chimici non sono più conservati al freddo. Come si legge nell'articolo, il portavoce dei Vigili del fuoco della contea di Harris, Rachel Moreno: "È una situazione pericolosa, sì. Ma l'impianto è circondato dall'acqua adesso, quindi il fuoco non potrà diffondersi, non potrà andare da nessuna parte". Il problema resta il rilascio delle sostanze chimiche nell'aria. Lo scenario possibile è catastrofico, ma in questo caso non plausibile, ha spiegato Daryl Roberts, vice presidente della società: "Proprio grazie all'acqua, i prodotti chimici vaporizzano rapidamente, riducendo la dimensione e la potenza del fuoco". "Vogliamo che i residenti della zona siano consapevoli del fatto che il prodotto chimico è immagazzinato in diversi posti all'interno dello stabilimento e che permane quindi il rischio di ulteriori esplosioni", ha riferito l'Arkema in una dichiarazione.
Bah, speriamo bene, ci sono problemi più grandi dei miei. 
Immagine presa dal web

mercoledì 30 agosto 2017

Stanco, tired, fatigué, cansado, apnicis...

L'ultimo è in lettone. Mi piace la traduzione.
Ebbene, sì. Sono stanco e "leggermente" ansioso e pensieroso. Cosa c'è di strano? niente, sono sempre così. Ma questa volta faccio un po' più di fatica a sopportare il tutto. Quindi perderò, l'ho già perso in realtà, un po' il ritmo anche nel blog. Niente, poesie, racconti, romanzi, niente America e niente sport.
Arriva settembre e magari mi torna un po' di adrenalina, anche perché è in uscita la mia raccolta di poesie e avrò molti impegni letterari, oltre che con il basket. 
A presto.
Mauro



venerdì 25 agosto 2017

News dal Summer Reading 2017

Un po' di tempo fa vi avevo parlato di un contest per scrittori, Summer Reading 2017, promosso dei mitici amici di mebook, il social per scrittori ed editori. Con varie sezioni: poesia, racconti, video. Per tutte le info, vi ricordo di cliccare qui: associazionefahrenheit451.it/iscrizioneconcorso.
La novità è che, vista la grande adesione, gli organizzatori hanno deciso di premiare anche i secondi classificati per ogni sezione che riceveranno 150 euro! I primi classificati di ogni sezione tra poesia, racconto e canzone riceveranno 500 euro! Direi non male, scrivete, scrivete, scrivete!


mercoledì 23 agosto 2017

La maggior parte dei manuali di scrittura sono pieni di cazzate

Oggi vi consiglio di leggere un articolo, completo lo trovate qui: lastampa.it/manualediscrittura, che vi potrebbe dare qualche consiglio nel caso vogliate cimentarvi nella scrittura di un romanzo. 
Buona lettura!
P.S. Indovinate chi ha detto la frase che dà il titolo al post...

Che sia cartaceo oppure elettronico, il libro si addice all’estate, gli smartphone in spiaggia non hanno ancora soppiantato la classica lettura di libri, riviste o fumetti. 
Ma se uno il libro (o il fumetto) lo volesse scrivere? Non mancano manuali di scrittura creativa, in primis «On Writing» di Stephen King (Frassinelli), che però è uno strano, anomalo e affascinante mix di libro di testo e autobiografia sul suo rapporto con la scrittura (non a caso nell’introduzione scrive «la maggior parte dei manuali di scrittura creativa sono pieni di cazzate»). 
...
Decisamente pratico, e al tempo stesso scritto in maniera molto brillante è il Manuale di scrittura di Raoul Melotto e Gianluca Morozzi (Odoya), appena uscito.  
Il primo è un editor, il secondo uno scrittore con (al momento) 24 libri pubblicati. Non a caso il sottotiolo è Nozioni di base e sordidi trucchi del mestiere. 
«Il nostro manuale non ha paura di sporcarsi le mani e di rivelare luridi segreti» ci dice Morozzi. «“Ho letto un manuale che dava suggerimenti tipo ‘indossa un cappello da scrittore prima di iniziare il romanzo’ o ‘accendi una candela quando cominci a scrivere’. Bene, noi amiamo l’idea della scrittura come suggestione e magia, ma siccome scriviamo veramente, e da anni, senza cappelli da scrittore, sappiamo anche che a volte mettere in fila le parole è un po’ come tirare di boxe, è una lotta con la pagina bianca. E spieghiamo quindi tutti i sordidi trucchi per sconfiggerla, la pagina bianca».  
Un libro che cita anche i fumetti, le canzoni (in primis Bruce Springsteen che nelle sue canzoni racconta storie), le attualmente popolarissime serie tv, come forme della narrazione.  
«Peter David è uno dei miei autori preferiti nel campo del fumetto, e ovviamente il suo manuale su come scrivere fumetti me lo sono letto e riletto” spiega Morozzi, che è un grande appassionato di comics. “E alla fine, se ci sono cose che sono applicabili solo alla narrativa in senso stretto, altre si possono spiegare portando ad esempio, appunto, fumetti, film, serie tv. O anche dischi»  
Nel vostro libro citate spesso anche Stephen King, però è piuttosto diverso dal suo On Writing.  «Credo sia un manuale abbastanza specifico e per aspiranti scrittori, a differenza di On Writing che ha una lunga parte iniziale autobiografica e molto piacevole da leggere, più un’altra finale altrettanto autobiografica. Ma non mi precludo nessun lettore. E magari qualcuno che adesso legge in spiaggia il Manuale la prossima estate starà invece correggendo le bozze del suo primo romanzo”? 

lunedì 21 agosto 2017

Qualcosa da leggere di interessante

Buona settimana, magari per molti di rientro lavorativo.
Oggi non scriverò nulla di nuovo ma vi invito a leggere un po' di post, non tutti ovviamente, che ho scritto da giugno ad oggi e che parlano, in varie maniere, degli States. Magari di uno scrittore, o dei Simpson, o di luoghi abbandonati.
Non serve leggerli tutti, magari solo alcuni. Ma leggete, vi prego! 😉

  1. Per conoscere un po' meglio Carver e l'importanza dei racconti per ogni scrittore: 17AGO sul perchè scrivere racconti.
  2. Per conoscere il mio scrittore (e poeta) preferito, Bukowski: 14AGO Ricordandolo.
  3. Una curiosa storia americana, i bigotti non la leggano! 11AGO Una storia americana.
  4. In occasione del compleanno di Melville, indubbiamente uno dei padri della letteratura americana: 1°AGO Un compleanno baleniero.
  5. Steinbeck e la sua esperienza nella guerra in Vietnam: 22LUG Steinbeck e il Vietnam.
  6. Il compleanno di Hemingway, non serve dire altro: 21LUG Auguri vecchio mio.
  7. Come Homer Simpson festeggia il giorno dell'Indipendenza... 4LUG Homer e il 4 luglio.
  8. Una storia di abbandono nell'America più profonda: 2LUG Una storia americana: Bodie.
  9. Un mio racconto su un attore molto famoso: 27GIU Quell'aula in fondo al salone.
  10. Un piccola signora, che però... 14GIU La Signora Beecher Stowe e lo zio Tom.
  11. Per gli amanti del Re del Rock: 4GIU L'aereo di Elvis 
    Immagine presa dal web

giovedì 17 agosto 2017

Sul perché scrivere racconti

Premetto che non sono io a spiegarvi il perché ma Carver. Quindi se lo dice lui...
L'articolo che riporto è completo, troppo interessante per fare dei tagli, e l'ho trovato qui: www.ilcartello.eu/iraccontidicarver. Buona lettura!

I racconti di Raymond Carver lo caratterizzano come grande narratore della provincia americana.
Nei suoi Memoirs, pubblicati nel 1942, Sherwood Anderson scrive:
«A volte ho perfino pensato che la forma del romanzo non si addica allo scrittore americano, che è una forma importata. Quel che ci vuole è una nuova elasticità; e in Winesburg ne ho fatto la forma mia propria. Erano storie indipendenti ma tutte di vite in qualche modo collegate».
Lo scrittore, nella sua raccolta di racconti Winesburg, Ohio (1919), racconta i fallimenti e le aspirazioni dei pochi abitanti di una città di provincia americana; il racconto breve è per lui lo strumento con cui costruire una narrazione concentrata, carica di tensione e priva di retorica o moralismi. I personaggi sono caratterizzati dalle loro azioni, non dalle descrizioni dell’autore, e i silenzi sono importanti tanto quanto i dialoghi.
Per Sherwood Anderson, come per Raymond Carver, il racconto breve è lo strumento con cui costruire una narrazione concentrata
Le parole di Anderson mi hanno rimandato subito a Raymond Carver, uno dei maestri contemporanei del racconto breve (che conosciamo bene vista la nostra raccolta Trenta racconti italiani), che più di mezzo secolo dopo dichiara:
“Durante questi feroci anni di paternità, di solito non avevo il tempo, o l’animo, di pensare di lavorare a qualcosa di molto lungo. Le circostanze della mia vita […] non me lo permettevano. Le circostanze della mia vita con questi bambini imponevano qualcos’altro. Dicevano che se volevo scrivere qualcosa, e portarla a termine, e se volevo essere soddisfatto per un lavoro ultimato, dovevo dedicarmi ai racconti o alle poesie. Cose brevi: avrei potuto sedermi e, con un po’ di fortuna, scrivere rapidamente e farcela.”
(R. Carver, Voi non sapete che cos’è l’ amore, p. 52)
Al contrario di Anderson, non fa dichiarazioni di poetica: per lui il racconto breve è l’unico modo possibile per portare a termine una narrazione. Eppure, mi sembra che Carver sia l’autore a cui meglio si addice l’idea che il racconto breve sia una forma narrativa costitutivamente americana. O, sarebbe meglio dire, della provincia americana, quei vasti territori interrotti solo da piccoli abitati su cui autori come Anderson ed Hemingway hanno rivolto lo sguardo. Infatti, se è vero che la scelta della narrativa breve è stata imposta a Raymond Carver dalla vita instabile che conduceva, c’è anche un motivo più profondo per cui l’autore la privilegia:
“Per scrivere un romanzo, mi sembrava,  uno scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene e su cui poi scrivere accuratamente. Un mondo che, almeno per un certo tempo, rimanga fisso in un posto. Inoltre, dovrebbe esserci una specie di fiducia nella correttezza di quel mondo. Fiducia nel fatto che il mondo conosciuto abbia una ragion d’essere, e che valga la pena di scriverne, che non vada tutto in fumo mentre lo fai. Non era questo il tipo di mondo che conoscevo io e nel quale vivevo.”
 (R. Carver, Voi non sapete che cos’è l’ amore, p. 54)
Il mondo che Carver conosce meglio, quello di cui scrive, è la vasta e umida provincia del Pacific Northwest americano. Qui, i suoi personaggi vivono quasi sempre in un dopo: si sono già lasciati alle spalle la fiducia nel mondo, i sogni di successo, l’idea che la tenacia e il lavoro avrebbero permesso loro di realizzare qualcosa di buono. La felicità esiste solo come ricordo, o come breve rivelazione, incapace di durare più di pochi attimi. Non ci vengono mai raccontate le avventure dei protagonisti, ma il momento in cui, dopo aver raggiunto la consapevolezza del fallimento, ci si chiede come continuare a vivere.
Il mondo che Carver conosce meglio è la vasta e umida provincia del Pacific Northwest americano
Nel racconto Dì alle donne che usciamo (Di cosa parliamo quando parliamo d’amore), uno dei protagonisti arriva addirittura a compiere un gesto di violenza estrema, uccidendo due ragazze. L’omicidio, lo scoppio di un istinto di aggressività irrefrenabile, è la reazione estrema a un mondo che, carico di promesse, ha poi tradito il giovane Jerry:
“Quando Bill e Linda si sposarono, Jerry gli fece da testimone. Naturalmente il pranzo di nozze lo fecero al Donnelly Hotel, con Jerry e Bill che facevano gli spiritosi insieme, si mettevano a braccetto e buttavano giù un bicchiere dopo l’altro di punch corretto. Ma in mezzo a tanta baldoria, a un certo punto Bill guardò Jerry e pensò che sembrava più vecchio, molto più vecchio dei suoi ventidue anni. A quel punto Jerry era padre felice di due bambine, era stato promosso a vicedirettore dei grandi magazzini Robby’s e Carol ne aveva già un altro in arrivo.”
(Dì alle donne che usciamo, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, p. 48)
Eppure, quella di Jerry è una delle poche azioni estreme che si trovano nei racconti di Raymond Carver.
Perlopiù i suoi personaggi si tormentano chiedendosi che fine abbia fatto la felicità conosciuta in passato, anche se per breve tempo:
“– E quando eravamo solo dei ragazzi, prima di sposarci? – fa Holly. – Quando avevamo grandi progetti e grandi speranze? Te lo ricordi? – Era seduta sul letto, stringendosi le ginocchia e il bicchiere.
– Sì che me lo ricordo, Holly.
– Non sei stato il mio primo ragazzo, sai, il mio primo ragazzo si chiamava Wyatt. Immagina un po’, Wyatt. E tu ti chiami Duane. Wyatt e Duane. Chi lo sa che mi sono persa in tutti quegli anni. Però ero felice. Sì, sul serio. Tu eri tutto per me, come nella canzone.”
 (Gazebo, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, p. 22)
Non a caso, la fine dell’amore è un tema su cui l’autore torna continuamente: come ci si può ritrovare infelici, dopo aver sposato la persona che si ama? Eppure, la durata limitata della felicità sembra una condanna a cui non si può sfuggire, quasi una legge di natura inspiegabile. Eccoci proiettati in pieno nel mondo di Carver: non è  un «mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene». Non è un mondo su cui poter scrivere un romanzo.
La fine dell’amore è un tema su cui Raymond Carver torna continuamente
Molti dei suoi personaggi, soli e disorientati, trascorrono le giornate in uno stato di intorpidimento generato dall’alcol, che si trova al centro di diversi racconti; ne è un esempio Da dove sto chiamando (Cattedrale), ambientato in un centro di recupero per alcolisti. Il protagonista ha alle spalle un matrimonio fallito e sta cercando di portare avanti una nuova, complicata relazione. Il primo giorno dell’anno, decide di fare una telefonata:
“Tiro fuori delle monete dalla tasca. Proverò prima con mia moglie. Se risponde, le farò gli auguri per l’anno nuovo. Ma tutto lì. Non solleverò discussioni sui nostri affari. Non alzerò la voce. Neanche se cerca di provocarmi. Mi chiederà da dove sto chiamando e dovrò dirglielo. […] Dopo che avrò parlato con lei, chiamerò la mia ragazza. O magari chiamo prima lei. Dovrò solo sperare che non prenda la linea suo figlio. – Ciao, tesoro, – le dirò appena risponde. – Sono io.”
(Da dove sto chiamando, Cattedrale, p. 144)
Quel «sono io» è una risposta, seppur fragile, a una domanda a cui non ci può sottrarre: dopo aver visto infrangersi i propri sogni giovanili, che cosa resta da fare? È in questo spazio, seppur stretto, che si gioca la nostra possibilità di scelta. Ed è qui che il mondo di Carver, la provincia del nordovest americano, pur continuando ad essere una realtà ben definita, assume anche un valore archetipico: la domanda che si pongono i suoi personaggi non ha confini geografici.
E’ nella provincia del nordovest americano che il mondo di Raymond Carver assume anche un valore archetipico
Il protagonista di Da dove sto chiamando decide di lasciar andare il passato, di aggrapparsi a una relazione fragile e difettosa, ma pur sempre reale. L’unico modo per farlo è tentare una telefonata, cioè avere fiducia nella comunicazione. La stessa fiducia che Carver ripone nella parola letteraria, a cui dà forma con uno stile asciutto ed essenziale, basato su una convinzione più etica che estetica:
“In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire nel modo migliore quel che devono dire.”
 (R. Carver, Voi non sapete che cos’è l’ amore, p. 38)
Le parole devono dire «quel che devono dire»: una tautologia che esprime fino in fondo l’urgenza della ricerca di Carver, la sua necessità di andare al cuore della realtà in cui si trova immerso. Una volta che sogni e aspettative sono andate in pezzi – sembra dirci l’autore – credere nelle possibilità della parola è quanto di più umano si possa fare :
“– Continui pure, – disse la signora Webster. – Capisco quello che vuole dire. Continui pure a parlare, signor Carlyle. A volte fa bene parlarne. A volte bisogna proprio tirare fuori tutto. E poi, ho voglia di starla a sentire. Vedrà che dopo si sentirà meglio. Una volta anche a me è capitata una cosa del genere, una cosa come quella che sta descrivendo lei. L’amore. Ecco di cosa si tratta.”
 (Febbre, Cattedrale, p. 183)
Avere fiducia nella comunicazione, la stessa fiducia che Raymond Carver ripone nella parola letteraria
Nel soggiorno di una casa di provincia, un uomo racconta alla governante che sua moglie ha abbandonato lui e i figli, distruggendo la famiglia e il loro matrimonio. Nessun gesto grandioso, nessuna avventura: solo la consapevolezza che, quando ci si rende conto di aver fallito, l’unico modo per salvarsi è stabilire un legame sincero con qualcuno. Ecco a cosa servono le parole: non vaghe e astratte, ma quotidiane e precise, che aderiscano il più possibile alla realtà. Proprio come le parole dei racconti di Raymond Carver.