martedì 25 luglio 2017

L'importanza di leggere

Oggi vi invito a leggere una intervista, completa la trovate qui: edizionisur.it/leggeresempre, ad uno scrittore importante ma che non conosco per nulla: Roberto Bolaño. L'estratto che vi presento è dell'ultima conversazione con la scrittrice messicana Carmen Boullosa. Parla dell'importanza delle lettura.

...Riecheggiando le parole dello stesso Bolaño: «Leggere è più importante che scrivere». Leggere Roberto Bolaño, per esempio. Se qualcuno pensa che la letteratura latinoamericana non stia attraversando un momento splendido, basta che dia un’occhiata a qualche sua pagina per scacciare l’idea. Con Bolaño, la letteratura – quella bellissima, inspiegabile bomba che distruggendo ricostruisce – dovrebbe sentirsi orgogliosa di una delle sue migliori creazioni.
Questa conversazione si è svolta, via computer, tra Blanes e Città del Messico nell’autunno del 2001.
Carmen Boullosa: In America Latina ci sono due tradizioni letterarie che il lettore medio tende a considerare opposte, antitetiche, o decisamente nemiche: quella fantastica (Adolfo Bioy Casares, il miglior Cortázar) e quella realista (Vargas Llosa, Teresa de la Parra). C’è anche una sorta di leggenda che colloca nel Sud dell’America Latina la patria del fantastico e nel Nord l’epicentro del realismo. A mio avviso, tu raccogli i frutti di entrambi i versanti: i tuoi romanzi e racconti sono invenzioni di fantasia e al tempo stesso sono uno specchio critico, caustico della realtà. Seguendo il filo del ragionamento, aggiungerei che questo accade perché hai vissuto ai due capi dell’America Latina: sei cresciuto in Cile e in Messico. Ti piace l’idea o la trovi assurda? Se devo essere sincera, a me sembra abbastanza illuminante, ma non mi convince fino in fondo: i migliori scrittori, i più grandi (compreso Bioy Casares e il suo contrario Vargas Llosa) hanno sempre attinto a tutte e due le tradizioni. Eppure, dal punto di vista del Nord di lingua inglese c’è una tendenza a confinare la letteratura latinoamericana all’interno di una sola tradizione.
Roberto Bolaño: Io credevo che i realisti venissero dal Sud, cioè dai paesi del Cono Sud, e che gli scrittori di letteratura fantastica venissero invece dalla parte centrale e settentrionale dell’America Latina, se proprio vuoi badare a queste suddivisioni, che non andrebbero mai e poi mai prese sul serio. La letteratura latinoamericana del Novecento si è mossa o per imitazione o per rifiuto, e probabilmente accadrà lo stesso a quella del nuovo secolo, almeno per i primi trent’anni. In linea di massima, l’uomo imita o rifiuta i grandi monumenti, mai i piccoli gioielli quasi invisibili. Noi abbiamo pochissimi scrittori che abbiano coltivato il genere fantastico in senso stretto, anzi forse nessuno, fra le altre cose perché il sottosviluppo economico non consente una letteratura di genere. Il sottosviluppo consente solo capolavori. Le opere minori, in questo paesaggio monotono o apocalittico, sono un lusso irraggiungibile. Naturalmente questo non significa che la nostra letteratura sia piena di capolavori, tutto il contrario; significa semplicemente che all’inizio uno scrittore aspira a realizzare tali aspettative, ma poi la stessa realtà che le ha fatte sorgere provvede in vario modo a stroncarle. Penso che ci siano solo due paesi con un’autentica tradizione letteraria che qualche volta sono riusciti a sfuggire a questo destino: l’Argentina e il Messico. Quanto alle mie opere, non so che dire. Suppongo siano realiste. Mi piacerebbe essere uno scrittore fantastico, come Philip K. Dick, anche se man mano che il tempo passa e invecchio, Dick mi sembra sempre più realista. In fondo – e penso che sarai d’accordo con me – la questione non sta nella distinzione realista/fantastico ma nel linguaggio e nelle strutture, nel modo di guardare alle cose. Sai, non avevo idea che ti piacesse così tanto Teresa de la Parra. Quando ero in Venezuela, la gente me ne parlava spesso. Naturalmente, non l’ho mai letta.
Teresa de la Parra è una delle più grandi scrittrici che abbiamo, o dei più grandi scrittori, e quando la leggerai mi darai ragione. La tua risposta conferma appieno l’idea che l’elettricità che scorre nel mondo letterario latinoamericano si muove in modo abbastanza casuale. Non direi che è debole, perché all’improvviso lancia scariche che infiammano tutto il continente, ma solo di tanto in tanto. Comunque, non siamo del tutto d’accordo su quello che io considero il canone. Tutte le divisioni sono arbitrarie, ovviamente. Quando pensavo al Sud (al Cono Sud e all’Argentina), pensavo a Cortázar, alle storie deliranti di Silvina Ocampo, a Bioy Casares e a Borges (quando hai a che fare con autori del genere, le graduatorie non contano: non c’è un numero uno, hanno tutti pari importanza), e pensavo a quel romanzo breve e vago di María Luisa Bombal, L’ultima nebbia, la cui fama forse è dovuta soprattutto allo scandalo, visto che aveva ucciso il suo ex amante. Io metterei Vargas Llosa e la grande Teresa de la Parra nel Nord. Ma poi le cose si complicano, perché quando vai ancora più a nord trovi Juan Rulfo ed Elena Garro con Una stabile dimora (1958) e I ricordi dell’avvenire (1963).
Tutte le divisioni sono arbitrarie: non c’è realismo senza fantasia e viceversa.
Nei tuoi racconti e romanzi, e forse anche nelle tue poesie, il lettore intuisce sia regolamenti di conti sia omaggi, e sono componenti importanti della loro struttura narrativa. Non voglio dire che i tuoi siano romanzi a chiave, ma la loro alchimia potrebbe celarsi in un misto di amore e odio davanti ai fatti che narri. Come lavora quel maestro alchimista che è Roberto Bolaño?
Non credo che ci siano più regolamenti di conti nelle mie opere che nelle pagine di qualsiasi altro autore. Insisto a costo di sembrare pedante (anche se probabilmente lo sono comunque): quando scrivo l’unica cosa che mi interessa è la scrittura, cioè la forma, il ritmo, la trama. Rido di certi atteggiamenti, certe persone, certe occupazioni e certi toni solenni, semplicemente perché quando ti trovi davanti a sciocchezze del genere, a ego così ipertrofici, non ti resta altra scelta che ridere. Tutta la letteratura, in un certo senso, è politica. Voglio dire che è innanzitutto una riflessione sulla politica, e poi anche un programma politico. Il primo postulato allude alla realtà, all’incubo o al sogno benevolo che chiamiamo realtà e che finisce, in entrambi i casi, con la morte e l’abolizione non solo della letteratura ma anche del tempo. Il secondo postulato si riferisce alle briciole che sopravvivono, che permangono, e alla ragionevolezza, pur sapendo naturalmente che nella scala umana delle cose la permanenza è un’illusione, e che la ragionevolezza è solo un fragile steccato che ci impedisce di precipitare nell’abisso. Ma non badare a quello che ho appena detto. Suppongo che uno scriva per via della propria sensibilità, tutto qui. E tu perché scrivi? È meglio che non me lo dici, sono sicuro che la tua risposta sarebbe molto più eloquente e persuasiva della mia.
D’accordo, non te lo dico, e non perché la mia risposta possa essere in qualche modo più persuasiva. Una cosa però devo dirtela: se c’è una ragione per cui non scrivo, è proprio la sensibilità. Per me scrivere significa lanciarmi in una zona di guerra, sventrare corpi, lottare con resti di cadaveri, e poi cercare di mantenere il campo di combattimento intatto, ancora in vita. E i «regolamenti di conti» mi sembrano ben più feroci nel tuo lavoro che in quello di tanti altri scrittori latinoamericani.
Agli occhi del lettore, la tua risata ha un’azione molto più corrosiva, demolitrice. Nei tuoi libri, i meccanismi interni del romanzo funzionano in modo classico: una fabula, una finzione coinvolge il lettore e allo stesso tempo lo rende complice della demolizione dei fatti che tu, romanziere, stai raccontando con estrema fedeltà. Ma mettiamo per un attimo da parte questo discorso. Nessuno che ti abbia letto può dubitare della tua fede nella scrittura. È ovviamente la prima cosa che attrae il lettore. Chiunque voglia trovare in un libro qualcosa di più della scrittura – per esempio, un certo senso di appartenenza, come membro di qualche club o associazione – non si sentirà a suo agio davanti ai tuoi romanzi e racconti. Quando ti leggo, non cerco la storia, la rievocazione di questo o quel frammento del passato più o meno recente di qualche angolo del mondo. Pochi scrittori sono bravi quanto te a sedurre il lettore con scene concrete che diventerebbero nature morte, frammenti inerti nelle mani di autori «realisti». Se appartieni a una tradizione, come la chiameresti? Dove sono le radici del tuo albero genealogico e in quale direzione crescono i rami?
A dire il vero, non credo così tanto nella scrittura. A partire dalla mia. Fare lo scrittore è piacevole – no, piacevole non è la parola giusta – è un’attività che ha i suoi momenti divertenti, ma conosco cose che sono ancora più divertenti, divertenti nello stesso modo in cui lo è per me la letteratura. Rapinare banche, per esempio. O dirigere un film. O fare il gigolò. O tornare bambino e giocare in una squadra di calcio più o meno tremenda. Sfortunatamente, il bambino cresce, il rapinatore viene ucciso, il regista resta al verde, il gigolò si ammala e allora non resta altra scelta che scrivere. Per me, scrivere è l’esatto opposto di aspettare. Invece dell’attesa, c’è la scrittura. Be’, probabilmente sbaglio, può darsi che scrivere sia una forma di attesa, di procrastinazione. Mi piacerebbe pensarla in un altro modo. Ma, come ho detto, probabilmente sbaglio. Quanto alla mia idea di canone, non so, è come quella di tutti, sono quasi imbarazzato a dirtela, per quanto è ovvia: Francisco de Aldana, Jorge Manrique, Cervantes, i cronisti delle Indie, Sor Juana Inés de la Cruz, Fray Servando Teresa de Mier, Pedro Henríquez Ureña, Rubén Darío, Alfonso Reyes, Borges, giusto per fare qualche nome senza uscire dall’ambito della lingua spagnola. Naturalmente mi piacerebbe invocare un passato letterario, una tradizione, anche molto breve, fatta di due o tre scrittori (e forse un solo libro), una tradizione sfolgorante incline all’amnesia, ma da un lato sono troppo pudico nel mio lavoro e dall’altro ho letto troppo (e troppi libri mi hanno reso felice) per indulgere in un’assurdità del genere.
Non ti sembra arbitrario prendere in considerazione esclusivamente autori di lingua spagnola? O intendi inserirti nella tradizione ispanica come corrente separata dalle altre lingue? Se gran parte della letteratura latinoamericana (specie la prosa) è impegnata in un dialogo con altre tradizioni, direi che tu lo sei ancora di più.
Ho fatto i nomi di autori che scrivevano in spagnolo solo per limitare il canone. Ovviamente non sono uno di quei mostri nazionalisti che leggono solo ciò che produce il paese dove sono nati. Mi interessa la letteratura francese, Pascal, che prevedeva la propria morte, e la sua lotta contro la malinconia, che adesso mi sembra più ammirevole che mai. O l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte (certi manieristi e certi anatomisti), che in qualche modo portano alla sterminata caverna del marchese de Sade. Mi interessa anche la letteratura statunitense dell’Ottocento, soprattutto Twain e Melville, e la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Da ragazzino, ho avuto un periodo in cui leggevo solo Poe. Insomma, mi interessa la letteratura occidentale, e credo di conoscerla un po’ tutta.
Leggevi solo Poe? Ho l’impressione che nella nostra generazione circolasse un virus di Poe molto contagioso; era il nostro idolo, e non faccio fatica a immaginarti contagiato da ragazzino. Però, a quei tempi, eri un poeta, e io voglio passare alla narrativa. Decidi tu la trama o è la trama che sceglie te? E se non va in nessuno dei due modi, come funziona? Il consulente di Pinochet sul marxismo, lo stimatissimo critico letterario che chiami Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei, o il guaritore che pratica il mesmerismo, o i poeti adolescenti dei Detective selvaggi, tutti questi personaggi hanno un omologo storico, perché?
È vero, le trame sono una cosa strana. Credo, sia pure con qualche eccezione, che a un certo punto una storia ti scelga e non ti lasci più in pace. Per fortuna, non è una cosa così importante: la forma, la struttura, continuano ad appartenerti, e senza forma e struttura non c’è libro, o almeno nella maggior parte dei casi è così che va. Diciamo che la storia e la trama arrivano accidentalmente, che rientrano nel campo del caso, cioè del caos, del disordine, o in quel territorio in continuo tumulto che qualcuno definisce apocalittico. La forma, viceversa, è una scelta che si compie usando l’intelligenza, l’astuzia e il silenzio, le armi usate da Ulisse nella sua battaglia contro la morte. La forma cerca l’artifizio, la storia cerca il precipizio. O per usare una metafora della campagna cilena (pessima, come vedrai): non è che non mi piacciano i precipizi, ma preferisco vederli da un ponte.
Le scrittrici vengono sempre tormentate con una domanda e non resisto alla tentazione di infliggerla anche a te, se non altro perché a forza di sentirla è ormai di rito. Quanto materiale autobiografico racchiudono le tue opere? In che misura sono un autoritratto?
Un autoritratto? Poco o niente. Un autoritratto richiede un certo tipo di ego, la propensione a guardarti e riguardarti, un interesse esplicito per ciò che sei o sei stato. La letteratura è piena di autobiografie, alcune ottime, ma gli autoritratti tendono a essere pessimi, anche quelli in poesia, che a prima vista sembrerebbe un genere più adatto agli autoritratti della narrativa. Mi chiedi se le mie opere sono autobiografiche? In un certo senso sì, come potrebbero non esserlo? Ogni opera letteraria, persino l’epica, è in parte autobiografica. Nell’Iliade contempliamo i destini di due alleanze, di una città, di due eserciti, ma contempliamo anche i destini di Achille e Priamo ed Ettore, e tutti questi personaggi, queste voci individuali, riflettono la voce, la solitudine, dell’autore.
Quando eravamo due poeti giovani, ancora adolescenti, e condividevamo la Città del Messico degli anni Settanta, tu eri il leader di un gruppo di poeti, gli infrarealisti, che hai mitizzato nel tuo romanzo I detective selvaggi. Raccontaci qualcosa del significato che aveva la poesia per gli infrarealisti e della loro Città del Messico.
L’Infrarealismo era una specie di Dada alla messicana. A un certo punto c’era un sacco di gente, non solo poeti, ma anche pittori e soprattutto sfaccendati e vagabondi, che si consideravano infrarealisti. In realtà eravamo solo in due, io e Mario Santiago. Nel 1977 andammo entrambi in Europa. Una sera, nella stazione ferroviaria di Port-Vendres, che è molto vicina a Perpignan, nel Roussillon, dopo alcune avventure disastrose, decidemmo che il movimento in quanto tale era finito.
Forse era finito per voi, ma nei nostri ricordi era ancora vivissimo. Eravate il terrore del mondo letterario. All’epoca io facevo parte di una comunità seria, solenne; il mio mondo era così disgregato e informe che avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Mi piaceva il tono cerimonioso delle letture di poesia e dei ricevimenti, quegli incontri assurdi pieni di riti a cui in qualche modo aderivo, e voi eravate i terroristi di quegli appuntamenti. Quando, tanto tempo fa, nel 1974, fui chiamata per la prima volta a leggere le mie poesie alla libreria Gandhi, mi misi a pregare Dio – non che credessi davvero in Dio, ma avevo bisogno di invocare qualcuno – e lo imploravo: per favore, non far venire gli infrarealisti. Avevo il terrore di leggere in pubblico, ma l’ansia che nasceva dalla mia timidezza non era nulla in confronto al panico che provavo al pensiero di essere messa in ridicolo: a metà lettura, gli infra potevano irrompere nella sala e darmi della scema. Voi venivate per convincere il mondo letterario che non poteva prendersi così sul serio per opere che non erano affatto serie, e che con la poesia (per contraddire il tuo adagio cileno) si trattava proprio di buttarsi in un precipizio. Ma fammi tornare a te e alle tue opere. Ti sei specializzato nella narrativa – è impensabile che qualcuno possa definire i tuoi romanzi «lirici» – eppure sei anche un poeta, un poeta in attività. Come fai a conciliare le due cose?
Nicanor Parra dice che i migliori romanzi sono scritti in metrica. E Harold Bloom dice che la migliore poesia del Novecento è scritta in prosa. Sono d’accordo con entrambi. Eppure trovo difficile considerarmi un poeta in attività. Per quanto ne so, un poeta in attività è uno che scrive poesie. Io ti ho mandato le ultime che ho scritto ed erano pessime, temo, anche se naturalmente, per gentilezza e tatto, mi hai mentito. Non lo so. C’è qualcosa nella poesia. In ogni caso, l’importante è continuare a leggerla. È più importante che scriverla, non credi? A dire la verità, leggere è sempre più importante che scrivere.

sabato 22 luglio 2017

Steinbeck e il Vietnam

Riporto in parte un bellissimo articolo su Steinbeck, la guerra e sulla sua scrittura, completo lo trovate qui: minimaetmoralia.it/johnsteinbeckvietnam. Buona lettura!

«Questa guerra in Vietnam lascia molto confusi non solo i vecchi osservatori come me, ma anche quelli che a casa leggono e cercano di capire. È una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie. È dappertutto, come un gas finissimo e onnipresente», scrisse John Steinbeck dall’Hotel Caravelle di Saigon, che lo ospitava, in un dispaccio del 14 gennaio 1967.
Steinbeck, già sessantaquattrenne, e la moglie Elaine atterrarono alla base aerea di Tan Son Nhut, Vietnam del Sud, il 10 dicembre 1966. Li aveva anticipati il figlio John IV, richiamato di leva, militare di stanza a Saigon. L’altro figlio Thom si era arruolato volontario e si preparava a partire appena finito l’addestramento essenziale a Fort Ord in California. Lo scrittore, insignito quattro anni prima del Nobel, ansioso di raggiungere il fronte, era animato dalla personale urgenza per la precisione delle parole. In ossequio all’idea che per scrivere bene di qualsiasi argomento, devi amarlo od odiarlo profondamente, e che in un certo senso è uno specchio della propria personalità.
Citando Steinbeck: «Un uomo che scrive una storia è costretto a metterci dentro il meglio delle proprie conoscenze e del proprio sentimento. La disciplina della parola scritta punisce la stupidità e la disonestà. Uno scrittore vive nello stupore delle parole per quanto possano essere crudeli o gentili, e possano cambiare il proprio significato davanti a te».
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Steinbeck in Vietnam – Dispatches from the war è la sua ultima opera, ripubblicata recentemente in Italia col titolo Vietnam in guerra – dispacci dal fronte (Leg Edizioni, 287 pagine, 22 euro, traduzione a cura di Rossana Macuz Varrocchi). In un’epoca travagliata, nella quale una guerra atipica tracciò una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti, il romanziere californiano avvertì il riaccendersi dell’istinto primigenio del giornalista, che non può rinunciare alla documentazione sul terreno: «Ovunque io sia stato ho trovato la particolare intimità della guerra. Il casco e il giubbotto d’acciaio scottavano, ma ero felice di sentirmi scottare». E al contempo va alla ricerca del proprio paese che stenta a riconoscere, un paese nel quale riconoscersi ancora, come manifestato nei suoi ultimi romanzi.
Era insofferente, se non ostile, all’allineamento, che qualificò come acritico e superficiale, degli intellettuali contro la guerra e ai movimenti di protesta giovanili: «Vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere». E ancora: «Ci sono molti scrittori americani che ammiro e rispetto e che sono fieramente contrari a questa guerra. Sono scrittori diversi fra loro, con storie diverse alle spalle. L’unica cosa che hanno in comune è che non sono mai stati qui. Non riesco a credere che autori come Arthur Miller, Saul Bellow, John Updike e molti altri possano desiderare di non essere coinvolti in uno degli eventi più importanti della loro contemporaneità».
...
Nel periodo intensissimo trascorso in Vietnam, nel quale Steinbeck confermerà quanto lo scrivere non fosse scindibile dalla sua componente fisica, firmò cinquantotto articoli in forma di lettera per Newsday. Nel 1966 l’arruolamento dei figli e l’offerta dell’amico Harry F. Guggenheim di partire come corrispondente di guerra per il quotidiano di Long Island che contava un pubblico vasto di lettori, oltre 400mila al giorno più un contratto d’agenzia con altre testate di primo piano, gli fecero rompere gli indugi. Rientrò poi negli Stati Uniti dopo aver allargato il viaggio a Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong, Cina e Giappone. Diede alla rubrica, Lettere ad Alicia, il nome della moglie di Guggenheim da poco scomparsa.
Quasi a volere trovare un punto di contatto con i propri romanzi e con la ragione della sua presenza in Vietnam, Steinbeck menzionò in un dispaccio una poesia recapitatagli in albergo a Saigon:
«(…) Benvenuto in Vietnam, John Steinbeck/che hai scritto Furore/in Vietnam troverai migliaia di Madri Joad/centinaia di migliaia di Rose Sharon/centinaia di migliaia di drammi sull’Oklahoma/dieci volte più tragici/ma anche dieci volte più eroici».
Nell’introduzione italiana al testo Cinzia Scarpino sottolinea il robusto realismo dei testi di Steinbeck e annota:
«Nelle Lettere ad Alicia è riconoscibile tutta la cifra letteraria, intellettuale e morale dell’autore forse più popolare degli Anni Trenta. (…) E c’è, forse più di tutto, la lingua di Steinbeck. Alcune descrizioni geografiche e paesaggistiche colpiscono subito per le analogie anche scoperte con Furore: si tratta di riferimenti tesi certo ad avvicinare il lettore americano alle latitudini vietnamite attraverso la rievocazione di scenari familiari come quelli del Sud ovest e del Midwest dell’epopea dei migranti della Grande Depressione».
Secondo il biografo Benson, come viene ricordato nella postfazione, Steinbeck equiparava i soldati agli eroici “Okies” di Furore, la medesima nobiltà che scaturiva dalla lotta contro le avversità.
Prima della partenza Steinbeck aveva un nodo da sciogliere sulla natura dell’intervento militare, che poi in realtà toccherà tutte le guerre statunitensi nell’ambiguità tra interesse geopolitico e umanitario, per la democrazia: sconfiggere il nemico e aiutare un popolo oppresso; l’esercito può essere la punta avanzata di questo processo? Nel febbraio del 1965, dopo le operazioni Rolling Thunder e Steel Tiger con il successivo invio di truppe di terra lo scenario era del tutto mutato e non negò le proprie perplessità:
«Questa guerra vietnamita non potrà mai essere giusta – osservò –. Non si può giustificare l’invio di truppe nelle terre di un altro. E non è possibile non apprezzare l’uomo che difende la propria terra. Le vere ragioni di questa guerra non verranno mai a galla, e se venissero pochi se ne accorgerebbero. Se il Presidente non farà qualcosa di visibile a favore della pace, saranno sempre più numerosi gli Americani e gli Europei che gli rimprovereranno questo caos, soprattutto perché il governo che noi appoggiamo non potrebbe puzzare di più».
...
In che modo è possibile distinguere i soldati dalla guerra e soprattutto lasciarli nell’angolo della storia, quando le armi tacciono? Steinbeck si congedò da loro scrivendo ad Alicia: «Ciò che ho celebrato non è la guerra, ma sono degli uomini coraggiosi. (…) Sono i più cari, i migliori e soprattutto sono la nostra speranza». Già all’inizio di febbraio iniziò a trarre conclusioni amare: «Viene sempre il momento di fare i conti, e in guerra i conti sono sempre tristi. Per me tutte le guerre sono cattive, però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo».
Nell’ultima missiva del 20 maggio 1967, pubblicata dal Newsday, trasparve tutto il peso di una stagione politica, quella Kennedy – Johnson, i cui sogni erano ormai infranti: «Credimi, ti prego, se ti dico che se tornando in Vietnam potessi accorciare questa guerra anche solo di un’ora partirei con il primo volo di stasera, con un biglietto di sola andata». In una lettera all’amata editor Elizabeth Otis usò la parola melma per una guerra che non si può vincere, anche qualora si dovesse riuscire a farlo: «Diventeremmo un altro esercito di occupazione, e un esercito di quel tipo non ha più contatti con le terre che occupa».
Questione dirimente e di interesse fondamentale in quest’opera è il rapporto di uno scrittore come Steinbeck con il potere politico e con quello dell’informazione. Lui così vicino al Partito Democratico: Roosevelt sostenne Furore messo al bando nelle biblioteche di molti Stati, Kennedy lo scelse per la Medaglia della libertà, aiutò Johnson a scrivere il discorso per la nomina al partito nel 1964. Come viene riportato nella biografia menzionata (John Steinbeck, Writer) di Jackson J. Benson i due avevano molte cose in comune: dal disagio davanti ai figli di Harvard e Yale all’odio per il comunismo, alla passione condivisa per la giustizia sociale, che però non contemplava la rivoluzione, e per la visione roosveltiana di assistenza governativa ai poveri. Il Fbi, che gli aveva negato l’accesso all’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, continuava a monitorarlo come un estremista sovversivo, mentre per i pacifisti era un guerrafondaio.
In Vietnam Steinbeck volle muoversi liberamente, rifiutando la proposta di Lyndon Johnson che nell’agosto 1965 lo immaginava come corrispondente ufficiale della Casa Bianca nel Vietnam del Sud. Temeva di essere usato per la propaganda e resistette alle pressioni presidenziali molto forti. Seppure non rinnegasse le scelte dell’Amministrazione statunitense, la sua era la missione dell’osservatore, esploratore e reporter indipendente da chi lo pagava. E proprio l’esperienza indusse in lui riflessioni laceranti, citate in precedenza, e la necessità dell’elaborazione di un trauma nazionale, la caduta di un mito.
Nel dispaccio del 14 gennaio 1967 Steinbeck si interroga se il Vietnam sarà mai possibile descriverlo. In ciascuna di queste corrispondenze emerge la tensione di Steinbeck che esplora una condizione di solitudine e al contempo il tentativo di comprensione del mondo condensato in queste sue parole:
«Uno scrittore, al di fuori della propria solitudine, prova a comunicare come una stella distante che lancia segnali. Non sta raccontando, insegnando od ordinando. Piuttosto cerca di stabilire una relazione di senso, sentimento e osservazione. Siamo animali soli. Spendiamo tutta la nostra vita tentando di esserlo meno. Uno dei nostri metodi antichi è raccontare una storia supplicando l’ascoltatore di dire – e soprattutto sentire – “Sì, è questa la strada giusta, o almeno è ciò che sento. Non sei solo come pensavi».

venerdì 21 luglio 2017

Auguri, vecchio mio!

Buongiorno.
Mi sono preso una pausa molto lunga dal blog e da tutto il mio lavoro. Me lo sono imposto e ci sono riuscito. Così è stato.
Ritorno con un post su un personaggio che ha fatto la storia della letteratura mondiale, tale Ernest Hemingway, che nacque il 21 luglio del 1899. Non sto qui a spiegarvi chi fu e cosa scrisse, ci sono persone molto più brave di me a farlo. Vi dico soltanto che, assieme a Carver e Bukowski è l'autore che più mi ha influenzato come scrittore. E forse non solo...
Cosa leggere di Hemingway? Tutto! Hemingway è la letteratura mondiale.
Vi lascio con una frase tratta da Il Vecchio e il mare, mi ha aiutato molto nei momenti di difficoltà: “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c'è.”


mercoledì 12 luglio 2017

Feliz cumple Ernestito

Feliz cumple, Ernestito!


A mio figlio
di J.R. Wilcock


Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

sabato 8 luglio 2017

Oggi: spritz e letteratura

Alle 18.00 alla Libreria Al buco a Piove di Sacco, vi aspetto con il mio ultimo libro - ma anche con gli altri - il romanzo L'uomo che piangeva in silenzio. Sarò intervistato da Valeria Vanotti e accompagnato musicalmente da Massimo Danieli. E al termine, spritz per tutti! 🙌😍SIATECI😉


Camminarono fino ad arrivare ad un altopiano, tre cime maestose, che si ergevano solenni alla loro sinistra, forse erano felici di far compagnia ai tre amici. Caterino ad un certo punto chiese a Charlie. - Perché ti piacciono le montagne? – Perché le montagne sono come la società. – Non fare il solito coglione. – Quasi parlarono all’unisono i due amici di Charlie. Ma lui continuò.
– Le montagne sono come la tua famiglia, i tuoi genitori, i figli, i fratelli e tutti quelli che ti vogliono bene. Ci sono sempre. Tu puoi andare in giro per il mondo o semplicemente girargli le spalle ma loro saranno sempre lì. Guardale, le vedi? Sono lì e se domani verremo qui, ci saranno ancora. A volte, come oggi, magari saranno coperte da una leggera nebbiolina, o da bufere e temporali. Ma le persone che ti vogliono veramente bene, sono e saranno sempre pronte ad aspettarti. Mentre tutto il resto sono le persone di cui in realtà potresti tranquillamente farne a meno. Come i finti amici, i finti amanti, magari anche i colleghi di lavoro. Sto parlando delle nuvole, che arrivano e poi se ne vanno. Alcune passano rapide, mentre altre sembra che non se ne vogliano mai andare. Però, prima o poi, vedrai solo quello che conta: le montagne.


giovedì 6 luglio 2017

Questa sera a Monzuno

Presenterò il mio ultimo libro, il romanzo L'uomo che piangeva in silenzio, in provincia di Bologna, a Monzuno (Edizionidelfaro/Fornaro/Monzuno). Avrò modo di presentarmi e di dire la mia sul libro, sulla letteratura e sulla vita in generale. Spero di vedervi in tanti, perché è in queste occasioni che amo parlare, per crescere interiormente e far pensare, riflettere, le persone. E come direi in una mia poesia, presente nella raccolta Una complessa semplicità, che vi ripropongo qui sotto, Se volessi essere disturbato parlerei con qualcuno piuttosto che scrivere. 😈😉

Sì, la definizione giusta è
psicopatico con talento.
Probabile, ma voi
non mi interessate.
Sono la serenità, lo scorrere lento
e inesorabile delle parole
le uniche cose che mi danno
la consapevolezza d’essere umano.
Non certo il guardarvi.

Stasera farei l’amore
con i miei libri
e sarei disposto
a morire con il gusto
di caffè in bocca.

Da questa suprema solitudine
ne esci
come quando cambi casa:
tiri fuori tutte le cose che hanno fatto parte della tua vita.
Ricordi, immagini,emozioni.
E ritornare in quelle stanze, vedere tutto vuoto, così di colpo.
Sensazione triste ma bella.
Ti rendi conto di quanto bella è la tua vita
anche se ti senti
completamente disorientato.
E provi una sana stanchezza.
Come quando sei in auto
nelle fresche sere primaverili.
Potresti guidare tutta la notte.

E’ questa la vera poesia.


Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.

martedì 4 luglio 2017

Homer e il 4 luglio

Oggi è il giorno dell'Indipendenza degli Stati Uniti ed è la loro festa nazionale. Con l'adozione della dichiarazione di indipendenza, il 4 luglio del 1776, le tredici colonie si distaccarono dalla madre patria, la Gran Gretagna. Non vi faccio perdere altro tempo, si sa già tutto del 4 luglio. Ma quello che forse non sapete è come, secondo Homer, sono andate le cose... 😂


domenica 2 luglio 2017

Una storia americana: Bodie

In una domenica di quasi relax, navigando nel web, trovo “Un città congelata nel tempo”. Abbandonata ai tempi del vecchio west, pur avendo subito i danni del passare del tempo, risulta molto ben conservata. Bodie è di certo l’esperienza più evocativa del vecchio Far West, con le tipiche case di legno, fra cui saloon, botteghe, abitazioni, la casa dello sceriffo, una chiesetta metodista, la miniera sopra la collina e molto altro. In alcuni casi potrete addirittura entrare per perlustrare le case, avventurandovi nelle stanze fra i mobili e gli utensili del tempo. Nell’ovest degli Stati Uniti esistono circa 6.000 città fantasma, tutte costruite durante la “gold rush” poi abbandonate, altrettanto velocemente quando il prezioso metallo si è esaurito. Bodie è una di queste e rappresenta un’eccezione perché circa il cinque per cento delle strutture, pur costruite in legno, sono “sopravvissute” agli incendi, alle intemperie e agli atti vandalici.
La storia di questa città inizia nel 1859 quando il cercatore William S. Bodey scoprì nel sud della California un giacimento d’oro. Rimasto vittima di una tempesta di neve, Bodey lasciò il suo nome al villaggio che crebbe come centro di minatori, ed iniziò così una leggenda del Far West.
Circa venti anni dopo, la Standard Company scoprì un importante filone nella zona, ed installò a Bodie una sua sede: da quel momento le case di legno iniziarono a crescere come funghi.
Nel 1880 la città raggiunse il suo apice, contando 10.000 abitanti rappresentando il secondo centro urbano della California dopo Los Angeles! La fortuna di Bodie è però di breve durata e in pochi anni viene abbandonata e dimenticata. Motivi? due, la città si popolò di saloon (più di sessanta) e bordelli, e divenne un luogo molto pericoloso in cui vivere, dove le uccisioni erano all’ordine del giorno. Questo aspetto negativo, insieme alll’esaurirsi del filone aurifero, segnarono il declino, e la morte veloce, della città.


Guardatevi questo video, dura circa 5 minuti ed è in inglese. 
Appuntamento al 4 luglio, Independence Day...


Fonte: web

sabato 1 luglio 2017

Pronti a brindare con il mio romanzo?!

E' arrivato luglio e con lui altri due eventi con L'uomo che piangeva in silenzio
Ve li ricorda anche il mio editore: 

Con me ci saranno molti amici che mi aiuteranno a presentare il mio ultimo romanzo e alla fine delle presentazioni ci sarà da brindare... 
In entrambi i casi potrete acquistare anche gli altri miei libri, che potete ordinare in tutte le librerie, online e non, oppure direttamente ⇛ www.edizionidelfaro.it.
Passate un buon week end e segnatevi le date!



Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.

giovedì 29 giugno 2017

Aperitivo con L'uomo che piangeva in silenzio

Eccomi con un altro evento, torno in Veneto e torno a casa!
Sabato 8 luglio sarò ospite della Libreria Al Buco, a Piove di Sacco, dove dalle 18.00 presenterò il mio ultimo libro, L'uomo che piangeva in silenzio. Avrò non uno ma ben due amici come compagni di viaggio: Valeria Vanotti mi intervisterà, mentre Massimo Danieli mi accompagnerà musicalmente.
Al termine della presentazione, firma copie e aperitivo.

E come si legge nel mio ultimo romanzo... Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.


martedì 27 giugno 2017

Quell'aula in fondo al salone

Sto lavorando ad un racconto, ci sono dei riferimenti autobiografici. Spero vi piaccia. Il titolo è lo stesso di queste post, potrebbe finire nella mia raccolta di racconti che uscirà in primavera del 2018.


Il ristorante era in una zona tranquilla di Manhattan, quando entrò anche l’ultimo degli amici la situazione fu chiara. Un gruppo di una decina di ex studenti dell’Accademia americana di arti drammatiche. Tutti poco più che quarantenni e tutti impegnati nel cinema. Nessuno era diventato un attore famoso a livello mondiale, ma come ripeteva loro il professore di arte ormai venti anni prima, “non alzatevi dal letto la mattina con l’ossessione del successo, alzatevi con la voglia di essere dei professionisti migliori”. Così fecero negli anni successivi. Alcuni diventarono registi, altri attori, altri ancora produttori o tecnici. Tutti stimati professionisti. Non si persero mai di vista, un po’ perché il loro lavoro li faceva incontrare di tanto in tanto, un po’ perché vi era amicizia vera nei loro cuori. Tutti si ricordavano bene dell’aula in fondo al salone che li ospitò la prima volta che entrarono in accademia. Proprio da lì partì la loro conversazione. Da quel primo giorno che, senza saperlo, fu un crocevia per la vita di tutti loro. Chiacchierarono per un po’, dicendosi curiosità sui loro colleghi, il clima era sereno e gioviale, poi ad un certo punto, uno di loro introdusse l’argomento Spencer Tracy. Un grande del cinema mondiale, che provò con la carriera militare durante la prima guerra mondiale, ma fu il cinema a renderlo un mito. Era sempre stato uno degli argomenti preferiti dal gruppo di amici, a tutti loro piaceva la capacità di Tracy di ricoprire agevolmente vari ruoli. Le donne del gruppo, tutte tranne una, lo preferivano in ruoli di sofferenza ma dolci, film in cui l’amore era il filo conduttore, come in Capitani coraggiosi, La città dei ragazzi e Il vecchio e il mare. Film in cui un po’ di malinconia era sempre pronta a strappare una lacrima allo spettatore. E si immaginavano al posto della Hepburn nel cuore di Spencer Tracy, è proprio vero che non si smette mai di sognare. Altri invece, preferivano i suoi ruoli più drammatici, dove l’aspetto dolce di Spencer restava, almeno in parte, sopito e primeggiava il suo atteggiamento virile. Come in Passaggio a Nord-Ovest e La montagna. Ma tutti erano d’accordo sul fatto che di attori così non ne nasceva più. Fu un pranzo molto lungo e sereno gli amici parlarono per molto tempo, poi ad un certo punto successe una cosa che nessuno seppe spiegare, una magia.

I tavoli vicini a loro sparirono dentro a un vortice e con loro anche le persone sedute a pranzare, sparì nel vortice anche il cameriere che stava portando ad uno di questi tavoli un vassoio di ostriche e champagne. Attorno al tavolo si formò un vuoto spazio temporale che isolò il gruppo di amici dal resto del pianeta. Chissà quanto durò questa trasformazione. Fatto sta che gli amici rimasero increduli e qualcuna delle donne iniziò a singhiozzare. Poi, all’improvviso, successe quello che doveva succedere ma non sempre quello che deve succedere è così scontato. E non sempre le persone sono pronte ad affrontare quello che deve succedere. Si materializzò Spencer Tracy, vecchio e molto provato, come Santiago del film Il vecchio e il mare. Aveva il fiatone, era visibilmente stanco con la barba di almeno una settimana e con i vestiti lisi, si sedette su di una sedia che era rimasta vuota. Nessuno fino a quel momento aveva fatto caso a quella sedia. Dopo essersi seduto, guardò in faccia tutti i “suoi” ex studenti e sorrise loro. Aveva un alone magico quell’uomo. Parlò – Sono molto contento che siate qui, l’amicizia e l’amore sono le cose più importanti della vita di una persona e più si invecchia e più lo si capisce. Volevo salutarvi ragazzi, me ne sono andato improvvisamente nel sessantasette, il mio cuore non ha retto alla mia vita sregolata. Ma quello che volevo dirvi è che i saluti finali non sempre servono. Io sarò sempre nei vostri cuori e voi sarete sempre nel mio. Quell’ultimo saluto non ha importanza, tutto il resto è quello che conta. Vivete la vita e date amore alle persone care.

Sparì improvvisamente, così come apparve, i “suoi” ragazzi avevano le lacrime agli occhi e si tenevano per mano. Una catena umana verso quel vecchio che nei cuori di quegli amici valeva ben più di un oscar. La vita delle persone pesa diversamente a seconda di chi la pesa.

domenica 25 giugno 2017

Uno che ha capito tutto, ma proprio tutto!

Il 25 giugno del 1903 nasceva uno che ha capito tutto, molto prima di noi. Anzi, molti di noi non hanno ancora capito nulla. Scrittore, giornalista, saggista. Signori, George Orwell. Spiegò in maniera completa e ancora attuale, la forza dei regimi dittatoriali, o finti democratici. Forza anche, e forse soprattutto, mentale.
Devo essere onesto che ho letto solo due libri di Orwell, quelli più famosi: 1984, quando si parla di governo totalitario, non si può non pensare a questo libro. Narra di un futuro prossimo del mondo, l’anno 1984, in cui il potere si concentra in tre immensi super-stati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Londra è la principale città di Oceania, al cui vertice del potere politico vi è l’ormai più che noto Grande Fratello, onnisciente ed infallibile, che nessuno ha mai visto di persona. Sotto di lui c’è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo dalle telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza ispirata a principi opposti a quelli del regime. Insieme con il compagno di lavoro O’Brien, Smith e la fidanzata iniziano a collaborare con un’organizzazione clandestina, la Lega della Fratellanza. Non sanno tuttavia che O’Brien è una spia ed è ormai sul punto di intrappolarli. Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione. O’Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sè anima e cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte. 
L'altro, La fattoria degli animali, il romanzo è ambientato in una fattoria dove gli animali, stanchi dello sfruttamento dell'uomo, si ribellano. Dopo aver cacciato il padrone, decidono di dividere il risultato del loro lavoro seguendo il principio «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il loro sogno fallisce perché i maiali, gli ideatori e promotori della "rivoluzione", prendono il controllo della fattoria, diventando sempre più simili all'uomo, finché non diventarono peggio dell'uomo stesso, cacciato poco tempo prima dalla fattoria.
Due libri favolosi, dovrebbero essere obbligatori da leggere per poter esercitare il diritto di voto. Io la vedo così.


Fonte: internet

sabato 24 giugno 2017

Io, il mio romanzo e I giovedì del libro

Eccomi con un altro evento, sulle bellissime colline bolognesi. Il 6 luglio sarò ospite del comune di Monzuno, all'interno della rassegna I giovedì del libro, nella bellissima location del locale Gustavino&passalacqua, intervistato dal caro amico Ermanno Pavesi. A fine serata, possibilità di gustare le prelibatezze della casa. Nella locandina trovate tutte le info. 

E come si legge nel mio ultimo romanzo... Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.


giovedì 22 giugno 2017

Perché leggere questo libro

Mi è capitato di rileggere questo libro nei giorni scorsi, avevo voglia di ripassare, il motivo è che lo ritengo un libro fondamentale per conoscere appieno il suo autore: Charles Bukowski. Sto parlando del libro che parla della sua infanzia e giovinezza, Panino al prosciutto. La copertina che posto sotto è la stessa dell'edizione che ho io. 
Bukowski, è il classico autore che deve essere conosciuto anche come persona per essere capito come autore. Lo stesso discorso che si può fare per Hemingway o Kerouac.
Panino al prosciutto è anche il romanzo di Bukowski che preferisco, cosa che si può condividere o meno. Ma la cosa importante da dire è che non si può non leggere questo libro. C'è tutto il Bukowski degli altri romanzi, ma anche delle poesie e dei racconti. C'è la splendida dolcezza e ingenuità, narrata benissimo ad inizio libro e quando parla del nonno. C'è il Bukowski sempre al crocevia tra la solitudine voluta, stava bene a casa da solo quando i genitori uscivano per andare a lavorare, e il ragazzino che soffriva per la sua stranezza, spiegata magistralmente durante i suoi interventi per combattere l'acne. Cosa che lo isolò completamente, arrivò a ritirarsi da scuola. C'è il Bukowski contrario ad ogni forma di autorità: il papà e gli insegnanti, in primis. Impavido di fronte alle punizioni. C'è il Bukowski che conosce quelle che poi diventeranno due sue grandi passioni: le donne e l'alcol; in entrambi i casi le prime esperienze saranno impacciate, quasi tragicomiche. Un essere sempre in difficoltà nel mondo, un eterno inadeguato. Talmente timido da diventare volgare e irriverente. Leggere questo libro vuol dire iniziare a conoscere la vita di Bukowski e attorno alla sua vita lui creò la carriera, quindi...
Per tutti quelli che lo vogliono conoscere, veramente, il consiglio è: leggete Panino al prosciutto!


lunedì 19 giugno 2017

Prossimi appuntamenti con L'uomo che piangeva in silenzio

Buongiorno e buona settimana. 
Lunedì di corsa, come il resto del mese. Non so quanto riuscirò a postare, proverò ad essere fedele ai miei 12 post mensili. 
Vi ricordo i prossimi impegni con il mio romanzo, entrambi a luglio. 
Il 6 luglio sarò a Monzuno, in provincia di Bologna, a breve tutte le info.
Mentre sabato 8 luglio sarò a Piove di Sacco, in provincia di Padova. Tutte le info qui: facebook/evento/piove. Sarò intervistato da Valeria Vanotti e anche accompagnato musicalmente da Massimo Danieli. Ma le sorprese non sono finite, saremo ospiti della Libreria Al Buco, luogo dove abbiamo fatto lo shooting - con Daniela Martin - per la copertina del libro.

Vi lascio con un altro video dal live di Cento e vi ricordo che per organizzare un evento con me potete scrivermi a maurofornaro76@gmail.com.

video

venerdì 16 giugno 2017

Difficilmente una poesia...

Sono molto impegnato con lo sport più bello del mondo, ho poco tempo e quindi lo uso per farvi leggere una poesia che andrà nel mio prossimo libro, che sarà una raccolta di poesie.


DIFFICILMENTE UNA POESIA PUO’ FARTI PIU’ MALE DI UNA DONNA


Inizierei con il dirti che
chi ha il telepass
non è un privilegiato
è semplicemente più furbo
degli altri.                                                               
Quindi
questa è la conferma che le persone
spesso sbagliano.

Perché anche
di chi beve il caffè zuccherato non ti devi fidare
ma questa la capirai solo con l’esperienza.
Così come
non potrai mai decidere
di amare una persona,
perché una persona la ami
quando sei già nel suo cuore.

Ricordati,
una poesia
può essere
orribile.
Anche più orribile
di una donna
ma difficilmente
potrà farti
più male di una donna.
Ma è bello
vivere
sapendo che un
pensiero,
per una persona,
non ti fa
dormire.
Le insonnie
sono
fantastiche
se il loro
motivo
è la passione.
Quindi,
ed è un mio suggerimento,
non fare le cose
per aspettarti
che poi le persone
ti dicano
“Grazie, mi hai fatto stare bene”
Falle per il semplice
motivo
che fanno stare bene te.

Sai cosa ti devo dire?
che l’umanità
si divide
in due.
Quelli che vivono infelici
e dicono di cercare
la felicità.
La maggioranza dei nostri
colleghi umanoidi.
E quelli che vivono
per provare emozioni.
Siamo in pochi. Credimi.
Perché fratello
chi rinuncia a vivere
una emozione
ha già perso.
Se hai ancora dubbi:
quando non capirai
cosa sarà giusto fare
pensa ad una auto in panne
e pensa al tuo cuore
in panne.
E poi pensa alla persona che ti
ha messo il cuore
in panne.
E ora sorridi
perché ti piacerà.
E se lei non ti seguirà
avrà già perso.
La vita
è come un lavoro,
cerca di sceglierti
quello che ti piace
perché poi ti segnerà
per tutta la tua
esistenza.
E se è il caso
cambia lavoro.
A proposito di lavori.
Non ci sono lavori più facili,
né persone più portate
a vivere bene.
Scrivere, ad esempio,
non ti farà vincere nella vita
ma se non lo farai
vorrà dire che hai già perso.

La vita
ricordalo bene
finisce sempre
male
ossia con la morte.
Quindi non ascoltare
il mondo che ti dice
che sei strano,
sii te stesso
e solo se lo sarai
saprai che è
il mondo ad essere
strano.
Non tu.
La vita
oltre che
a finire sempre male
a volte finisce
come questa poesia.
In maniera strana.
Che ne so,
magari con un TI SALUTO.
Oppure con un TI ABBRACCIO FORTE.
O, più probabilmente,
con un FANCULO A LEI.

mercoledì 14 giugno 2017

La Signora Beecher Stowe e lo zio Tom

Il 14 giugno del 1811 nasceva nel Connecticut una certa Harriet Elizabeth Beecher, che poi diventerà scrittrice e attivista dei diritti umani, sarà una dei promotori della causa abolizionista. 
Il titolo più famoso che ha scritto è La capanna dello zio Tom (Uncle Tom's Cabin or Life Among the Lowly). Proprio di questo libro vi voglio parlare, libro che come molti altri in tante persone non hanno letto), è un romanzo abolizionista, pubblicato nel 1852, per quei tempi uno tsunami sulla medievale mentalità americana, visto che in Italia siamo fermi al diritto di scegliere quando morire, direi che posssiamo stare zitti...
Il romanzo raffigura la crudele realtà della schiavitù e afferma che l'amore, cristiano, può e deve superare le differenze tra le persone. E' stato un vero e proprio best-seller e ha contribuito in maniera determinante la causa abolizionista e, indirettamente, la guerra civile americana. Pare che, quando il Presidente Lincoln incontrò la Stowe all'inizio della guerra civile dichiarò: "Allora questa è la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra".

domenica 11 giugno 2017

Dopo i miei libri torna sempre Bukowski

L'altra sera ho fatto un'altra bella presentazione del mio ultimo romanzo, merito non tanto mio ma di chi mi ha intervistato e di chi ha organizzato l'evento. E come sempre dopo una presentazione, quasi che il mio cuore e la mia mente, puntuali, mi riportino a casa, mi capita di imbattermi in lui...



Sabato mattina vagando qua e là nel web, ho trovato un cortometraggio ispirato ad una poesia di BukowskiBeer
Per vedere il video cliccate qui: www.collater.al/beer/bukowski. Un bel video, fatto con classe e molto rispetto per l'artista che era Bukowski. Il corto è stato realizzato dallo studio torinese Nerdo - nerdo.tv. È un viaggio nella psiche, un racconto senza filtri di follia ordinaria, un salto nella solitudine e nella decadenza di una mente geniale quale era il vecchio Buk.
La poesia è questa.

non so quante bottiglie di birra
ho consumato aspettando che le cose
migliorassero
non so quanto vino e whisky
e birra
soprattutto birra
ho consumato dopo
aver rotto con le donne.
aspettando che il telefono squilli
aspettando il rumore dei passi,
e il telefono non suona mai
fino a molto tardi.
quando lo stomaco sta uscendo
dalla mia bocca
esse arrivano fresche come fiori primaverili:
"come cazzo ti sei ridotto?
ci vorranno tre giorni prima che potrai scoparmi!"
la donna è longeva
vive sette anni e mezzo più
dell'uomo, e beve poca birra
perché sa che fa male alla
linea.
mentre noi stiamo impazzendo
esse sono fuori
a ballare e ridere
con degli arrapati cowboys.
bene c'è birra
sacchetti e sacchetti di bottiglie di birra vuote
e quando ne prendi uno
le bottiglie cadono nel fondo bagnato
del sacchetto di carta
rotolano
sbattono
sputando cenere bagnata
e birra puzzolente,
oppure il sacchetto casca alle 4
del mattino
emettendo l'unico suono della tua vita.
birra
fiumi e mari di birra
birra birra birra
la radio suona canzoni d'amore
e i muri vanno
in su e giù
e la birra è tutto quello che c'è.

mercoledì 7 giugno 2017

Video promo per venerdì... eccolo!

Mi raccomando, non mancate venerdì alla presentazione del mio romanzo. Intanto, beccatevi questo video promozionale fatto dal caro amico Aldo Jani. Magari lo avete già visto in tv nei giorni scorsi. A proposito di amici, sarò intervistato da un altro amico, e fantastico scrittore, Fabrizio Carollo.
Altre info le potete trovare qui: facebook/evento/bologna.


video

domenica 4 giugno 2017

L'aereo di Elvis

Buona domenica!
Oggi vi propongo un articolo che parla di Elvis, più precisamente del suo aereo personale. Completo lo trovate qui: corriere.it/elvis/aereo. Articolo molto interessante, soprattutto per gli appassionati di Presley.
Per chi crede che Elvis Presley non sia mai morto il 16 agosto 1977 a Memphis ma sia ancora vivo (avrebbe 82 anni), il nome Roswell è una prova provata che la sua presunta scomparsa è stata solo una messa in scena per sparire dalla circolazione. Magari perché si stava per scoprire che Elvis in realtà era (è) un alieno, come sostiene una teoria. Roswell è una città del New Mexico dove nel 1947 avvenne un misterioso incidente aereo, che alcuni hanno collegato alla caduta di un disco volante. I corpi degli alieni morti si dice che vennero portati (e conservati) nella supersegreta base chiamata Area 51. E dove si trova l’aereo del «king of rock’n’roll»? A Roswell. Basta fare due più due e...
Il Lockheed Jetstar One del 1962, appartenuto a Elvis... è fermo da circa 30 anni sul cemento di una pista dell’aeroporto di Roswell. ...potrebbe essere venduto per una cifra compresa tra 2 e 3,5 milioni di dollari (1,78-3,12 milioni di euro). Si tratta di uno dei tre aerei acquistati dal re del rock, gli altri due si trovano all’Elvis Presley Museum.
Gli interni (disegnati su specifiche indicazioni del cantante) sono un po’ rovinati ma ancora in uno stato accettabile. L’esterno e la cabina di pilotaggio invece sono messi male e i motori sono stati asportati. L’aereo nel suo complesso non è mai stato restaurato e appartiene a un collezionista privato che ha voluto restare anonimo...
Dai, non è un brutto articolo per essere domenica mattina. Una scusa per leggere un po' e poi gustarsi questa canzone: 

giovedì 1 giugno 2017

L'uomo che piangeva in silenzio a Bologna

Neanche il tempo di riposarsi dalle fatiche della presentazione di ieri sera a Cento, che sono pronto a presentarvi il prossimo impegno con L'uomo che piangeva in silenzio
Ci vediamo venerdì della prossima settimana a Bologna, questa volta sarò intervistato dall'amico e collega Fabrizio Carollo
Al termine della presentazione chi vorrà potrà, con un piccolo contributo, alimentare pure la pancia. Buffet interessantissimo. Ovviamente, si potranno acquistare copie di tutti i miei libri. Pancia e mente piene, che c'è di meglio??!

Devo ringraziare gli organizzatori dell'evento, persone vere, che tengono vivo il quartiere: Vivi Corticella e i mitici ragazzi del Blues Cafe'.

Facebook/evento/Fornaro/Bologna