martedì 25 luglio 2017

L'importanza di leggere

Oggi vi invito a leggere una intervista, completa la trovate qui: edizionisur.it/leggeresempre, ad uno scrittore importante ma che non conosco per nulla: Roberto Bolaño. L'estratto che vi presento è dell'ultima conversazione con la scrittrice messicana Carmen Boullosa. Parla dell'importanza delle lettura.

...Riecheggiando le parole dello stesso Bolaño: «Leggere è più importante che scrivere». Leggere Roberto Bolaño, per esempio. Se qualcuno pensa che la letteratura latinoamericana non stia attraversando un momento splendido, basta che dia un’occhiata a qualche sua pagina per scacciare l’idea. Con Bolaño, la letteratura – quella bellissima, inspiegabile bomba che distruggendo ricostruisce – dovrebbe sentirsi orgogliosa di una delle sue migliori creazioni.
Questa conversazione si è svolta, via computer, tra Blanes e Città del Messico nell’autunno del 2001.
Carmen Boullosa: In America Latina ci sono due tradizioni letterarie che il lettore medio tende a considerare opposte, antitetiche, o decisamente nemiche: quella fantastica (Adolfo Bioy Casares, il miglior Cortázar) e quella realista (Vargas Llosa, Teresa de la Parra). C’è anche una sorta di leggenda che colloca nel Sud dell’America Latina la patria del fantastico e nel Nord l’epicentro del realismo. A mio avviso, tu raccogli i frutti di entrambi i versanti: i tuoi romanzi e racconti sono invenzioni di fantasia e al tempo stesso sono uno specchio critico, caustico della realtà. Seguendo il filo del ragionamento, aggiungerei che questo accade perché hai vissuto ai due capi dell’America Latina: sei cresciuto in Cile e in Messico. Ti piace l’idea o la trovi assurda? Se devo essere sincera, a me sembra abbastanza illuminante, ma non mi convince fino in fondo: i migliori scrittori, i più grandi (compreso Bioy Casares e il suo contrario Vargas Llosa) hanno sempre attinto a tutte e due le tradizioni. Eppure, dal punto di vista del Nord di lingua inglese c’è una tendenza a confinare la letteratura latinoamericana all’interno di una sola tradizione.
Roberto Bolaño: Io credevo che i realisti venissero dal Sud, cioè dai paesi del Cono Sud, e che gli scrittori di letteratura fantastica venissero invece dalla parte centrale e settentrionale dell’America Latina, se proprio vuoi badare a queste suddivisioni, che non andrebbero mai e poi mai prese sul serio. La letteratura latinoamericana del Novecento si è mossa o per imitazione o per rifiuto, e probabilmente accadrà lo stesso a quella del nuovo secolo, almeno per i primi trent’anni. In linea di massima, l’uomo imita o rifiuta i grandi monumenti, mai i piccoli gioielli quasi invisibili. Noi abbiamo pochissimi scrittori che abbiano coltivato il genere fantastico in senso stretto, anzi forse nessuno, fra le altre cose perché il sottosviluppo economico non consente una letteratura di genere. Il sottosviluppo consente solo capolavori. Le opere minori, in questo paesaggio monotono o apocalittico, sono un lusso irraggiungibile. Naturalmente questo non significa che la nostra letteratura sia piena di capolavori, tutto il contrario; significa semplicemente che all’inizio uno scrittore aspira a realizzare tali aspettative, ma poi la stessa realtà che le ha fatte sorgere provvede in vario modo a stroncarle. Penso che ci siano solo due paesi con un’autentica tradizione letteraria che qualche volta sono riusciti a sfuggire a questo destino: l’Argentina e il Messico. Quanto alle mie opere, non so che dire. Suppongo siano realiste. Mi piacerebbe essere uno scrittore fantastico, come Philip K. Dick, anche se man mano che il tempo passa e invecchio, Dick mi sembra sempre più realista. In fondo – e penso che sarai d’accordo con me – la questione non sta nella distinzione realista/fantastico ma nel linguaggio e nelle strutture, nel modo di guardare alle cose. Sai, non avevo idea che ti piacesse così tanto Teresa de la Parra. Quando ero in Venezuela, la gente me ne parlava spesso. Naturalmente, non l’ho mai letta.
Teresa de la Parra è una delle più grandi scrittrici che abbiamo, o dei più grandi scrittori, e quando la leggerai mi darai ragione. La tua risposta conferma appieno l’idea che l’elettricità che scorre nel mondo letterario latinoamericano si muove in modo abbastanza casuale. Non direi che è debole, perché all’improvviso lancia scariche che infiammano tutto il continente, ma solo di tanto in tanto. Comunque, non siamo del tutto d’accordo su quello che io considero il canone. Tutte le divisioni sono arbitrarie, ovviamente. Quando pensavo al Sud (al Cono Sud e all’Argentina), pensavo a Cortázar, alle storie deliranti di Silvina Ocampo, a Bioy Casares e a Borges (quando hai a che fare con autori del genere, le graduatorie non contano: non c’è un numero uno, hanno tutti pari importanza), e pensavo a quel romanzo breve e vago di María Luisa Bombal, L’ultima nebbia, la cui fama forse è dovuta soprattutto allo scandalo, visto che aveva ucciso il suo ex amante. Io metterei Vargas Llosa e la grande Teresa de la Parra nel Nord. Ma poi le cose si complicano, perché quando vai ancora più a nord trovi Juan Rulfo ed Elena Garro con Una stabile dimora (1958) e I ricordi dell’avvenire (1963).
Tutte le divisioni sono arbitrarie: non c’è realismo senza fantasia e viceversa.
Nei tuoi racconti e romanzi, e forse anche nelle tue poesie, il lettore intuisce sia regolamenti di conti sia omaggi, e sono componenti importanti della loro struttura narrativa. Non voglio dire che i tuoi siano romanzi a chiave, ma la loro alchimia potrebbe celarsi in un misto di amore e odio davanti ai fatti che narri. Come lavora quel maestro alchimista che è Roberto Bolaño?
Non credo che ci siano più regolamenti di conti nelle mie opere che nelle pagine di qualsiasi altro autore. Insisto a costo di sembrare pedante (anche se probabilmente lo sono comunque): quando scrivo l’unica cosa che mi interessa è la scrittura, cioè la forma, il ritmo, la trama. Rido di certi atteggiamenti, certe persone, certe occupazioni e certi toni solenni, semplicemente perché quando ti trovi davanti a sciocchezze del genere, a ego così ipertrofici, non ti resta altra scelta che ridere. Tutta la letteratura, in un certo senso, è politica. Voglio dire che è innanzitutto una riflessione sulla politica, e poi anche un programma politico. Il primo postulato allude alla realtà, all’incubo o al sogno benevolo che chiamiamo realtà e che finisce, in entrambi i casi, con la morte e l’abolizione non solo della letteratura ma anche del tempo. Il secondo postulato si riferisce alle briciole che sopravvivono, che permangono, e alla ragionevolezza, pur sapendo naturalmente che nella scala umana delle cose la permanenza è un’illusione, e che la ragionevolezza è solo un fragile steccato che ci impedisce di precipitare nell’abisso. Ma non badare a quello che ho appena detto. Suppongo che uno scriva per via della propria sensibilità, tutto qui. E tu perché scrivi? È meglio che non me lo dici, sono sicuro che la tua risposta sarebbe molto più eloquente e persuasiva della mia.
D’accordo, non te lo dico, e non perché la mia risposta possa essere in qualche modo più persuasiva. Una cosa però devo dirtela: se c’è una ragione per cui non scrivo, è proprio la sensibilità. Per me scrivere significa lanciarmi in una zona di guerra, sventrare corpi, lottare con resti di cadaveri, e poi cercare di mantenere il campo di combattimento intatto, ancora in vita. E i «regolamenti di conti» mi sembrano ben più feroci nel tuo lavoro che in quello di tanti altri scrittori latinoamericani.
Agli occhi del lettore, la tua risata ha un’azione molto più corrosiva, demolitrice. Nei tuoi libri, i meccanismi interni del romanzo funzionano in modo classico: una fabula, una finzione coinvolge il lettore e allo stesso tempo lo rende complice della demolizione dei fatti che tu, romanziere, stai raccontando con estrema fedeltà. Ma mettiamo per un attimo da parte questo discorso. Nessuno che ti abbia letto può dubitare della tua fede nella scrittura. È ovviamente la prima cosa che attrae il lettore. Chiunque voglia trovare in un libro qualcosa di più della scrittura – per esempio, un certo senso di appartenenza, come membro di qualche club o associazione – non si sentirà a suo agio davanti ai tuoi romanzi e racconti. Quando ti leggo, non cerco la storia, la rievocazione di questo o quel frammento del passato più o meno recente di qualche angolo del mondo. Pochi scrittori sono bravi quanto te a sedurre il lettore con scene concrete che diventerebbero nature morte, frammenti inerti nelle mani di autori «realisti». Se appartieni a una tradizione, come la chiameresti? Dove sono le radici del tuo albero genealogico e in quale direzione crescono i rami?
A dire il vero, non credo così tanto nella scrittura. A partire dalla mia. Fare lo scrittore è piacevole – no, piacevole non è la parola giusta – è un’attività che ha i suoi momenti divertenti, ma conosco cose che sono ancora più divertenti, divertenti nello stesso modo in cui lo è per me la letteratura. Rapinare banche, per esempio. O dirigere un film. O fare il gigolò. O tornare bambino e giocare in una squadra di calcio più o meno tremenda. Sfortunatamente, il bambino cresce, il rapinatore viene ucciso, il regista resta al verde, il gigolò si ammala e allora non resta altra scelta che scrivere. Per me, scrivere è l’esatto opposto di aspettare. Invece dell’attesa, c’è la scrittura. Be’, probabilmente sbaglio, può darsi che scrivere sia una forma di attesa, di procrastinazione. Mi piacerebbe pensarla in un altro modo. Ma, come ho detto, probabilmente sbaglio. Quanto alla mia idea di canone, non so, è come quella di tutti, sono quasi imbarazzato a dirtela, per quanto è ovvia: Francisco de Aldana, Jorge Manrique, Cervantes, i cronisti delle Indie, Sor Juana Inés de la Cruz, Fray Servando Teresa de Mier, Pedro Henríquez Ureña, Rubén Darío, Alfonso Reyes, Borges, giusto per fare qualche nome senza uscire dall’ambito della lingua spagnola. Naturalmente mi piacerebbe invocare un passato letterario, una tradizione, anche molto breve, fatta di due o tre scrittori (e forse un solo libro), una tradizione sfolgorante incline all’amnesia, ma da un lato sono troppo pudico nel mio lavoro e dall’altro ho letto troppo (e troppi libri mi hanno reso felice) per indulgere in un’assurdità del genere.
Non ti sembra arbitrario prendere in considerazione esclusivamente autori di lingua spagnola? O intendi inserirti nella tradizione ispanica come corrente separata dalle altre lingue? Se gran parte della letteratura latinoamericana (specie la prosa) è impegnata in un dialogo con altre tradizioni, direi che tu lo sei ancora di più.
Ho fatto i nomi di autori che scrivevano in spagnolo solo per limitare il canone. Ovviamente non sono uno di quei mostri nazionalisti che leggono solo ciò che produce il paese dove sono nati. Mi interessa la letteratura francese, Pascal, che prevedeva la propria morte, e la sua lotta contro la malinconia, che adesso mi sembra più ammirevole che mai. O l’ingenuità utopistica di Fourier. E tutta la prosa, tipicamente anonima, degli scrittori di corte (certi manieristi e certi anatomisti), che in qualche modo portano alla sterminata caverna del marchese de Sade. Mi interessa anche la letteratura statunitense dell’Ottocento, soprattutto Twain e Melville, e la poesia di Emily Dickinson e Whitman. Da ragazzino, ho avuto un periodo in cui leggevo solo Poe. Insomma, mi interessa la letteratura occidentale, e credo di conoscerla un po’ tutta.
Leggevi solo Poe? Ho l’impressione che nella nostra generazione circolasse un virus di Poe molto contagioso; era il nostro idolo, e non faccio fatica a immaginarti contagiato da ragazzino. Però, a quei tempi, eri un poeta, e io voglio passare alla narrativa. Decidi tu la trama o è la trama che sceglie te? E se non va in nessuno dei due modi, come funziona? Il consulente di Pinochet sul marxismo, lo stimatissimo critico letterario che chiami Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei, o il guaritore che pratica il mesmerismo, o i poeti adolescenti dei Detective selvaggi, tutti questi personaggi hanno un omologo storico, perché?
È vero, le trame sono una cosa strana. Credo, sia pure con qualche eccezione, che a un certo punto una storia ti scelga e non ti lasci più in pace. Per fortuna, non è una cosa così importante: la forma, la struttura, continuano ad appartenerti, e senza forma e struttura non c’è libro, o almeno nella maggior parte dei casi è così che va. Diciamo che la storia e la trama arrivano accidentalmente, che rientrano nel campo del caso, cioè del caos, del disordine, o in quel territorio in continuo tumulto che qualcuno definisce apocalittico. La forma, viceversa, è una scelta che si compie usando l’intelligenza, l’astuzia e il silenzio, le armi usate da Ulisse nella sua battaglia contro la morte. La forma cerca l’artifizio, la storia cerca il precipizio. O per usare una metafora della campagna cilena (pessima, come vedrai): non è che non mi piacciano i precipizi, ma preferisco vederli da un ponte.
Le scrittrici vengono sempre tormentate con una domanda e non resisto alla tentazione di infliggerla anche a te, se non altro perché a forza di sentirla è ormai di rito. Quanto materiale autobiografico racchiudono le tue opere? In che misura sono un autoritratto?
Un autoritratto? Poco o niente. Un autoritratto richiede un certo tipo di ego, la propensione a guardarti e riguardarti, un interesse esplicito per ciò che sei o sei stato. La letteratura è piena di autobiografie, alcune ottime, ma gli autoritratti tendono a essere pessimi, anche quelli in poesia, che a prima vista sembrerebbe un genere più adatto agli autoritratti della narrativa. Mi chiedi se le mie opere sono autobiografiche? In un certo senso sì, come potrebbero non esserlo? Ogni opera letteraria, persino l’epica, è in parte autobiografica. Nell’Iliade contempliamo i destini di due alleanze, di una città, di due eserciti, ma contempliamo anche i destini di Achille e Priamo ed Ettore, e tutti questi personaggi, queste voci individuali, riflettono la voce, la solitudine, dell’autore.
Quando eravamo due poeti giovani, ancora adolescenti, e condividevamo la Città del Messico degli anni Settanta, tu eri il leader di un gruppo di poeti, gli infrarealisti, che hai mitizzato nel tuo romanzo I detective selvaggi. Raccontaci qualcosa del significato che aveva la poesia per gli infrarealisti e della loro Città del Messico.
L’Infrarealismo era una specie di Dada alla messicana. A un certo punto c’era un sacco di gente, non solo poeti, ma anche pittori e soprattutto sfaccendati e vagabondi, che si consideravano infrarealisti. In realtà eravamo solo in due, io e Mario Santiago. Nel 1977 andammo entrambi in Europa. Una sera, nella stazione ferroviaria di Port-Vendres, che è molto vicina a Perpignan, nel Roussillon, dopo alcune avventure disastrose, decidemmo che il movimento in quanto tale era finito.
Forse era finito per voi, ma nei nostri ricordi era ancora vivissimo. Eravate il terrore del mondo letterario. All’epoca io facevo parte di una comunità seria, solenne; il mio mondo era così disgregato e informe che avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Mi piaceva il tono cerimonioso delle letture di poesia e dei ricevimenti, quegli incontri assurdi pieni di riti a cui in qualche modo aderivo, e voi eravate i terroristi di quegli appuntamenti. Quando, tanto tempo fa, nel 1974, fui chiamata per la prima volta a leggere le mie poesie alla libreria Gandhi, mi misi a pregare Dio – non che credessi davvero in Dio, ma avevo bisogno di invocare qualcuno – e lo imploravo: per favore, non far venire gli infrarealisti. Avevo il terrore di leggere in pubblico, ma l’ansia che nasceva dalla mia timidezza non era nulla in confronto al panico che provavo al pensiero di essere messa in ridicolo: a metà lettura, gli infra potevano irrompere nella sala e darmi della scema. Voi venivate per convincere il mondo letterario che non poteva prendersi così sul serio per opere che non erano affatto serie, e che con la poesia (per contraddire il tuo adagio cileno) si trattava proprio di buttarsi in un precipizio. Ma fammi tornare a te e alle tue opere. Ti sei specializzato nella narrativa – è impensabile che qualcuno possa definire i tuoi romanzi «lirici» – eppure sei anche un poeta, un poeta in attività. Come fai a conciliare le due cose?
Nicanor Parra dice che i migliori romanzi sono scritti in metrica. E Harold Bloom dice che la migliore poesia del Novecento è scritta in prosa. Sono d’accordo con entrambi. Eppure trovo difficile considerarmi un poeta in attività. Per quanto ne so, un poeta in attività è uno che scrive poesie. Io ti ho mandato le ultime che ho scritto ed erano pessime, temo, anche se naturalmente, per gentilezza e tatto, mi hai mentito. Non lo so. C’è qualcosa nella poesia. In ogni caso, l’importante è continuare a leggerla. È più importante che scriverla, non credi? A dire la verità, leggere è sempre più importante che scrivere.

sabato 22 luglio 2017

Steinbeck e il Vietnam

Riporto in parte un bellissimo articolo su Steinbeck, la guerra e sulla sua scrittura, completo lo trovate qui: minimaetmoralia.it/johnsteinbeckvietnam. Buona lettura!

«Questa guerra in Vietnam lascia molto confusi non solo i vecchi osservatori come me, ma anche quelli che a casa leggono e cercano di capire. È una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie. È dappertutto, come un gas finissimo e onnipresente», scrisse John Steinbeck dall’Hotel Caravelle di Saigon, che lo ospitava, in un dispaccio del 14 gennaio 1967.
Steinbeck, già sessantaquattrenne, e la moglie Elaine atterrarono alla base aerea di Tan Son Nhut, Vietnam del Sud, il 10 dicembre 1966. Li aveva anticipati il figlio John IV, richiamato di leva, militare di stanza a Saigon. L’altro figlio Thom si era arruolato volontario e si preparava a partire appena finito l’addestramento essenziale a Fort Ord in California. Lo scrittore, insignito quattro anni prima del Nobel, ansioso di raggiungere il fronte, era animato dalla personale urgenza per la precisione delle parole. In ossequio all’idea che per scrivere bene di qualsiasi argomento, devi amarlo od odiarlo profondamente, e che in un certo senso è uno specchio della propria personalità.
Citando Steinbeck: «Un uomo che scrive una storia è costretto a metterci dentro il meglio delle proprie conoscenze e del proprio sentimento. La disciplina della parola scritta punisce la stupidità e la disonestà. Uno scrittore vive nello stupore delle parole per quanto possano essere crudeli o gentili, e possano cambiare il proprio significato davanti a te».
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Steinbeck in Vietnam – Dispatches from the war è la sua ultima opera, ripubblicata recentemente in Italia col titolo Vietnam in guerra – dispacci dal fronte (Leg Edizioni, 287 pagine, 22 euro, traduzione a cura di Rossana Macuz Varrocchi). In un’epoca travagliata, nella quale una guerra atipica tracciò una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti, il romanziere californiano avvertì il riaccendersi dell’istinto primigenio del giornalista, che non può rinunciare alla documentazione sul terreno: «Ovunque io sia stato ho trovato la particolare intimità della guerra. Il casco e il giubbotto d’acciaio scottavano, ma ero felice di sentirmi scottare». E al contempo va alla ricerca del proprio paese che stenta a riconoscere, un paese nel quale riconoscersi ancora, come manifestato nei suoi ultimi romanzi.
Era insofferente, se non ostile, all’allineamento, che qualificò come acritico e superficiale, degli intellettuali contro la guerra e ai movimenti di protesta giovanili: «Vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere». E ancora: «Ci sono molti scrittori americani che ammiro e rispetto e che sono fieramente contrari a questa guerra. Sono scrittori diversi fra loro, con storie diverse alle spalle. L’unica cosa che hanno in comune è che non sono mai stati qui. Non riesco a credere che autori come Arthur Miller, Saul Bellow, John Updike e molti altri possano desiderare di non essere coinvolti in uno degli eventi più importanti della loro contemporaneità».
...
Nel periodo intensissimo trascorso in Vietnam, nel quale Steinbeck confermerà quanto lo scrivere non fosse scindibile dalla sua componente fisica, firmò cinquantotto articoli in forma di lettera per Newsday. Nel 1966 l’arruolamento dei figli e l’offerta dell’amico Harry F. Guggenheim di partire come corrispondente di guerra per il quotidiano di Long Island che contava un pubblico vasto di lettori, oltre 400mila al giorno più un contratto d’agenzia con altre testate di primo piano, gli fecero rompere gli indugi. Rientrò poi negli Stati Uniti dopo aver allargato il viaggio a Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong, Cina e Giappone. Diede alla rubrica, Lettere ad Alicia, il nome della moglie di Guggenheim da poco scomparsa.
Quasi a volere trovare un punto di contatto con i propri romanzi e con la ragione della sua presenza in Vietnam, Steinbeck menzionò in un dispaccio una poesia recapitatagli in albergo a Saigon:
«(…) Benvenuto in Vietnam, John Steinbeck/che hai scritto Furore/in Vietnam troverai migliaia di Madri Joad/centinaia di migliaia di Rose Sharon/centinaia di migliaia di drammi sull’Oklahoma/dieci volte più tragici/ma anche dieci volte più eroici».
Nell’introduzione italiana al testo Cinzia Scarpino sottolinea il robusto realismo dei testi di Steinbeck e annota:
«Nelle Lettere ad Alicia è riconoscibile tutta la cifra letteraria, intellettuale e morale dell’autore forse più popolare degli Anni Trenta. (…) E c’è, forse più di tutto, la lingua di Steinbeck. Alcune descrizioni geografiche e paesaggistiche colpiscono subito per le analogie anche scoperte con Furore: si tratta di riferimenti tesi certo ad avvicinare il lettore americano alle latitudini vietnamite attraverso la rievocazione di scenari familiari come quelli del Sud ovest e del Midwest dell’epopea dei migranti della Grande Depressione».
Secondo il biografo Benson, come viene ricordato nella postfazione, Steinbeck equiparava i soldati agli eroici “Okies” di Furore, la medesima nobiltà che scaturiva dalla lotta contro le avversità.
Prima della partenza Steinbeck aveva un nodo da sciogliere sulla natura dell’intervento militare, che poi in realtà toccherà tutte le guerre statunitensi nell’ambiguità tra interesse geopolitico e umanitario, per la democrazia: sconfiggere il nemico e aiutare un popolo oppresso; l’esercito può essere la punta avanzata di questo processo? Nel febbraio del 1965, dopo le operazioni Rolling Thunder e Steel Tiger con il successivo invio di truppe di terra lo scenario era del tutto mutato e non negò le proprie perplessità:
«Questa guerra vietnamita non potrà mai essere giusta – osservò –. Non si può giustificare l’invio di truppe nelle terre di un altro. E non è possibile non apprezzare l’uomo che difende la propria terra. Le vere ragioni di questa guerra non verranno mai a galla, e se venissero pochi se ne accorgerebbero. Se il Presidente non farà qualcosa di visibile a favore della pace, saranno sempre più numerosi gli Americani e gli Europei che gli rimprovereranno questo caos, soprattutto perché il governo che noi appoggiamo non potrebbe puzzare di più».
...
In che modo è possibile distinguere i soldati dalla guerra e soprattutto lasciarli nell’angolo della storia, quando le armi tacciono? Steinbeck si congedò da loro scrivendo ad Alicia: «Ciò che ho celebrato non è la guerra, ma sono degli uomini coraggiosi. (…) Sono i più cari, i migliori e soprattutto sono la nostra speranza». Già all’inizio di febbraio iniziò a trarre conclusioni amare: «Viene sempre il momento di fare i conti, e in guerra i conti sono sempre tristi. Per me tutte le guerre sono cattive, però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo».
Nell’ultima missiva del 20 maggio 1967, pubblicata dal Newsday, trasparve tutto il peso di una stagione politica, quella Kennedy – Johnson, i cui sogni erano ormai infranti: «Credimi, ti prego, se ti dico che se tornando in Vietnam potessi accorciare questa guerra anche solo di un’ora partirei con il primo volo di stasera, con un biglietto di sola andata». In una lettera all’amata editor Elizabeth Otis usò la parola melma per una guerra che non si può vincere, anche qualora si dovesse riuscire a farlo: «Diventeremmo un altro esercito di occupazione, e un esercito di quel tipo non ha più contatti con le terre che occupa».
Questione dirimente e di interesse fondamentale in quest’opera è il rapporto di uno scrittore come Steinbeck con il potere politico e con quello dell’informazione. Lui così vicino al Partito Democratico: Roosevelt sostenne Furore messo al bando nelle biblioteche di molti Stati, Kennedy lo scelse per la Medaglia della libertà, aiutò Johnson a scrivere il discorso per la nomina al partito nel 1964. Come viene riportato nella biografia menzionata (John Steinbeck, Writer) di Jackson J. Benson i due avevano molte cose in comune: dal disagio davanti ai figli di Harvard e Yale all’odio per il comunismo, alla passione condivisa per la giustizia sociale, che però non contemplava la rivoluzione, e per la visione roosveltiana di assistenza governativa ai poveri. Il Fbi, che gli aveva negato l’accesso all’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, continuava a monitorarlo come un estremista sovversivo, mentre per i pacifisti era un guerrafondaio.
In Vietnam Steinbeck volle muoversi liberamente, rifiutando la proposta di Lyndon Johnson che nell’agosto 1965 lo immaginava come corrispondente ufficiale della Casa Bianca nel Vietnam del Sud. Temeva di essere usato per la propaganda e resistette alle pressioni presidenziali molto forti. Seppure non rinnegasse le scelte dell’Amministrazione statunitense, la sua era la missione dell’osservatore, esploratore e reporter indipendente da chi lo pagava. E proprio l’esperienza indusse in lui riflessioni laceranti, citate in precedenza, e la necessità dell’elaborazione di un trauma nazionale, la caduta di un mito.
Nel dispaccio del 14 gennaio 1967 Steinbeck si interroga se il Vietnam sarà mai possibile descriverlo. In ciascuna di queste corrispondenze emerge la tensione di Steinbeck che esplora una condizione di solitudine e al contempo il tentativo di comprensione del mondo condensato in queste sue parole:
«Uno scrittore, al di fuori della propria solitudine, prova a comunicare come una stella distante che lancia segnali. Non sta raccontando, insegnando od ordinando. Piuttosto cerca di stabilire una relazione di senso, sentimento e osservazione. Siamo animali soli. Spendiamo tutta la nostra vita tentando di esserlo meno. Uno dei nostri metodi antichi è raccontare una storia supplicando l’ascoltatore di dire – e soprattutto sentire – “Sì, è questa la strada giusta, o almeno è ciò che sento. Non sei solo come pensavi».

venerdì 21 luglio 2017

Auguri, vecchio mio!

Buongiorno.
Mi sono preso una pausa molto lunga dal blog e da tutto il mio lavoro. Me lo sono imposto e ci sono riuscito. Così è stato.
Ritorno con un post su un personaggio che ha fatto la storia della letteratura mondiale, tale Ernest Hemingway, che nacque il 21 luglio del 1899. Non sto qui a spiegarvi chi fu e cosa scrisse, ci sono persone molto più brave di me a farlo. Vi dico soltanto che, assieme a Carver e Bukowski è l'autore che più mi ha influenzato come scrittore. E forse non solo...
Cosa leggere di Hemingway? Tutto! Hemingway è la letteratura mondiale.
Vi lascio con una frase tratta da Il Vecchio e il mare, mi ha aiutato molto nei momenti di difficoltà: “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c'è.”


mercoledì 12 luglio 2017

Feliz cumple Ernestito

Feliz cumple, Ernestito!


A mio figlio
di J.R. Wilcock


Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morrai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

sabato 8 luglio 2017

Oggi: spritz e letteratura

Alle 18.00 alla Libreria Al buco a Piove di Sacco, vi aspetto con il mio ultimo libro - ma anche con gli altri - il romanzo L'uomo che piangeva in silenzio. Sarò intervistato da Valeria Vanotti e accompagnato musicalmente da Massimo Danieli. E al termine, spritz per tutti! 🙌😍SIATECI😉


Camminarono fino ad arrivare ad un altopiano, tre cime maestose, che si ergevano solenni alla loro sinistra, forse erano felici di far compagnia ai tre amici. Caterino ad un certo punto chiese a Charlie. - Perché ti piacciono le montagne? – Perché le montagne sono come la società. – Non fare il solito coglione. – Quasi parlarono all’unisono i due amici di Charlie. Ma lui continuò.
– Le montagne sono come la tua famiglia, i tuoi genitori, i figli, i fratelli e tutti quelli che ti vogliono bene. Ci sono sempre. Tu puoi andare in giro per il mondo o semplicemente girargli le spalle ma loro saranno sempre lì. Guardale, le vedi? Sono lì e se domani verremo qui, ci saranno ancora. A volte, come oggi, magari saranno coperte da una leggera nebbiolina, o da bufere e temporali. Ma le persone che ti vogliono veramente bene, sono e saranno sempre pronte ad aspettarti. Mentre tutto il resto sono le persone di cui in realtà potresti tranquillamente farne a meno. Come i finti amici, i finti amanti, magari anche i colleghi di lavoro. Sto parlando delle nuvole, che arrivano e poi se ne vanno. Alcune passano rapide, mentre altre sembra che non se ne vogliano mai andare. Però, prima o poi, vedrai solo quello che conta: le montagne.


giovedì 6 luglio 2017

Questa sera a Monzuno

Presenterò il mio ultimo libro, il romanzo L'uomo che piangeva in silenzio, in provincia di Bologna, a Monzuno (Edizionidelfaro/Fornaro/Monzuno). Avrò modo di presentarmi e di dire la mia sul libro, sulla letteratura e sulla vita in generale. Spero di vedervi in tanti, perché è in queste occasioni che amo parlare, per crescere interiormente e far pensare, riflettere, le persone. E come direi in una mia poesia, presente nella raccolta Una complessa semplicità, che vi ripropongo qui sotto, Se volessi essere disturbato parlerei con qualcuno piuttosto che scrivere. 😈😉

Sì, la definizione giusta è
psicopatico con talento.
Probabile, ma voi
non mi interessate.
Sono la serenità, lo scorrere lento
e inesorabile delle parole
le uniche cose che mi danno
la consapevolezza d’essere umano.
Non certo il guardarvi.

Stasera farei l’amore
con i miei libri
e sarei disposto
a morire con il gusto
di caffè in bocca.

Da questa suprema solitudine
ne esci
come quando cambi casa:
tiri fuori tutte le cose che hanno fatto parte della tua vita.
Ricordi, immagini,emozioni.
E ritornare in quelle stanze, vedere tutto vuoto, così di colpo.
Sensazione triste ma bella.
Ti rendi conto di quanto bella è la tua vita
anche se ti senti
completamente disorientato.
E provi una sana stanchezza.
Come quando sei in auto
nelle fresche sere primaverili.
Potresti guidare tutta la notte.

E’ questa la vera poesia.


Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.

martedì 4 luglio 2017

Homer e il 4 luglio

Oggi è il giorno dell'Indipendenza degli Stati Uniti ed è la loro festa nazionale. Con l'adozione della dichiarazione di indipendenza, il 4 luglio del 1776, le tredici colonie si distaccarono dalla madre patria, la Gran Gretagna. Non vi faccio perdere altro tempo, si sa già tutto del 4 luglio. Ma quello che forse non sapete è come, secondo Homer, sono andate le cose... 😂


domenica 2 luglio 2017

Una storia americana: Bodie

In una domenica di quasi relax, navigando nel web, trovo “Un città congelata nel tempo”. Abbandonata ai tempi del vecchio west, pur avendo subito i danni del passare del tempo, risulta molto ben conservata. Bodie è di certo l’esperienza più evocativa del vecchio Far West, con le tipiche case di legno, fra cui saloon, botteghe, abitazioni, la casa dello sceriffo, una chiesetta metodista, la miniera sopra la collina e molto altro. In alcuni casi potrete addirittura entrare per perlustrare le case, avventurandovi nelle stanze fra i mobili e gli utensili del tempo. Nell’ovest degli Stati Uniti esistono circa 6.000 città fantasma, tutte costruite durante la “gold rush” poi abbandonate, altrettanto velocemente quando il prezioso metallo si è esaurito. Bodie è una di queste e rappresenta un’eccezione perché circa il cinque per cento delle strutture, pur costruite in legno, sono “sopravvissute” agli incendi, alle intemperie e agli atti vandalici.
La storia di questa città inizia nel 1859 quando il cercatore William S. Bodey scoprì nel sud della California un giacimento d’oro. Rimasto vittima di una tempesta di neve, Bodey lasciò il suo nome al villaggio che crebbe come centro di minatori, ed iniziò così una leggenda del Far West.
Circa venti anni dopo, la Standard Company scoprì un importante filone nella zona, ed installò a Bodie una sua sede: da quel momento le case di legno iniziarono a crescere come funghi.
Nel 1880 la città raggiunse il suo apice, contando 10.000 abitanti rappresentando il secondo centro urbano della California dopo Los Angeles! La fortuna di Bodie è però di breve durata e in pochi anni viene abbandonata e dimenticata. Motivi? due, la città si popolò di saloon (più di sessanta) e bordelli, e divenne un luogo molto pericoloso in cui vivere, dove le uccisioni erano all’ordine del giorno. Questo aspetto negativo, insieme alll’esaurirsi del filone aurifero, segnarono il declino, e la morte veloce, della città.


Guardatevi questo video, dura circa 5 minuti ed è in inglese. 
Appuntamento al 4 luglio, Independence Day...


Fonte: web

sabato 1 luglio 2017

Pronti a brindare con il mio romanzo?!

E' arrivato luglio e con lui altri due eventi con L'uomo che piangeva in silenzio
Ve li ricorda anche il mio editore: 

Con me ci saranno molti amici che mi aiuteranno a presentare il mio ultimo romanzo e alla fine delle presentazioni ci sarà da brindare... 
In entrambi i casi potrete acquistare anche gli altri miei libri, che potete ordinare in tutte le librerie, online e non, oppure direttamente ⇛ www.edizionidelfaro.it.
Passate un buon week end e segnatevi le date!



Non penso che le cose non possano cambiare, ma se vogliamo cambiare il mondo, almeno un po', dobbiamo scavare nelle coscienze. La superficialità non è bellezza.