mercoledì 9 luglio 2014

Di Lei, del Mio amico e di me

Anche oggi ripropongo una poesia da UNA COMPLESSA SEMPLICITA', libro che verrà ristampato da Edizioni del Faro.
 
 
Questa è una storia strana,
di un tipo che ha un nome
e una vita.
Che impara a conoscersi
giorno dopo giorno,
ed è felice per questo.
Che preferisce un caldo caffé
e una canzone di Ben Harper
ai supereoi in mercedes.

Siamo stesi sul letto
da quando ti ho trovata
non mi devo più cercare.
Guardo fuori dalla finestra,
una leggera nebbiolina
avvolge il fosso
e non so perché,
mi emoziono.

Se dovessi partire
ti porterei con me
così che il mondo
non mi mancherebbe.
Immagine proiettata nella nostalgia.
Odore di stoffa di cappotti bagnati.
Non ricordo il primo libro che ho letto.
Nemmeno il primo film visto
e la prima canzone ascoltata.
Lungo il sentiero di questa mia vita
ti ho incontrata e se è vero
che tutti gli amori sono uguali
rendilo tu diverso il nostro
perché una coperta calda e
avvolgente come te
non esiste.

Lui, il mio amico
sarebbe andato all’ippodromo
di Santa Barbara,
avrebbe giocato
sul cavallo dato 4 a 1
e avrebbe vinto.
Poi, se ne sarebbe
tornato a casa
e avrebbe
festeggiato
con della carne bianca
e del vino italiano.
 

LA FATICA DI NON PENSARE e UNA COMPLESSA SEMPLICITA' 
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Per me, una persona eccezionale è quella che si interroga sempre, laddove gli altri vanno avanti come pecore.
F. De André

lunedì 7 luglio 2014

Diritto di leggere

Negli ultimi tempi ho fatto spesso questo pensiero: è giusto limitare la libertà di leggere in carcere, soprattutto agli ergastolani? Perché non permettere ai carcerati di leggere a piacimento? Ergo, perché limitare il numero di libri a disposizione? Il mio pensiero è andato a Dell'Utri, l'articolo ne parla già alla prima riga, ma anche ad un altro carcerato che la scorsa settimana ha iniziato lo sciopero della fame perché non gli è permesso di riceveri libri con una certa frequenza (fonte: radio24).
Riporto in parte un articolo di Guido Vitiello, docente alla Sapienza di Roma. Collabora con Internazionale, il Corriere della Sera, il Foglio e il Sole24Ore, l'articolo completo lo trovate qui: internazionale.it/cosaleggereincella.
Penso che almeno questa libertà dovrebbe essere garantita, ma forse il problema è che anche le carceri in Italia non funzionano, l'unica cosa a funzionare è il non funzionamento.

Si può pensare tutto il male del mondo di Marcello Dell’Utri, o tutto il bene, ... ma dover sottoporre la propria libridine alle restrizioni di un regolamento carcerario, esiste incubo più spaventoso per un bibliomane?...
Tutto sta a non finire in prigione, dirà qualcuno, e non è così difficile: in fondo, la bibliomania è una perversione socialmente innocua. Ed è qui l’errore. Serva da monito il caso miserando del teologo e pastore protestante Johann Georg Tinius (1764-1846), che per appagare la sua fame di libri si mise prima a rubare soldi dalle casse della chiesa, poi a uccidere ricche e attempate signore con un martello appuntito, il tutto per procacciarsi soldi, soldi, soldi e ampliare la sua già smisurata biblioteca.
Tsundoku è un demone non meno sanguinario ed esigente del Pazuzu dell’Esorcista, e quando lo avremo capito sarà troppo tardi, e saremo già in una cella di due metri per due. Che fare, allora? Supponiamo che il regolamento carcerario consenta di tenere solo tre libri in cella. Il cattolicissimo Gilbert K. Chesterton stupì un suo intervistatore dicendo che su un’isola deserta, più che la Bibbia, una persona assennata avrebbe voluto con sé il Thomas’s Guide to Practical Shipbuilding, un manuale per costruire imbarcazioni. Allo stesso modo, la nostra prima scelta potrebbe cadere su una delle tante rassegne di evasioni celebri nella storia (ce n’è una recente di tale Paul Simpson, The Mammoth Book of Prison Breaks, Running Press 2013). Ma figuriamoci se il bibliomane medio – gracile, allampanato, poco scaltro e a forte rischio di goffaggine autolesionistica – può tentare un’eroica fuga da Alcatraz o dai Piombi.
L’evasione non è tra le opzioni, se non quella che si pratica per vie fantastiche. Ecco dunque l’occorrente:
Jack London, Il vagabondo delle stelle (Adelphi 2005)
Basterà riportare un passo dalla quarta di copertina: “All’inizio siamo infatti nel braccio degli assassini di San Quentin, in California, dove il protagonista viene regolarmente sottoposto alla tortura della camicia di forza. Ma in quella condizione disperata, con feroce autodisciplina, riuscirà a trasformarsi in un moderno sciamano che attraversa le barriere del tempo come muri di carta. Amato da lettori fra loro distanti come Leslie Fiedler e Isaac Asimov, Il vagabondo delle stelle, ultimo romanzo di Jack London, è anche il suo libro più originale, estremo – che si colloca in una regione di confine del firmamento letterario, fra Stephen King e Carlos Castaneda”… E David Lynch, aggiungerei. Non è all’incirca la stessa idea di Strade perdute (1997), o almeno di una delle possibili ricostruzioni di quel garbuglio narrativo? Tutto sta a diventare allegri sciamani e non schizofrenici che partoriscono un Doppio infernale. È appena il caso di sottolineare che un’istituzione stupida come il carcere tende a produrre in serie casi del secondo tipo.
Ioan Petru Couliano, I viaggi dell’anima (Mondadori 1991)
Non è il libro migliore di Couliano, ma se avessi proposto il suo gemello più affascinante, Uscite dal mondo di Elémire Zolla (Adelphi 1992) mi sarei attirato accuse di monotonia e di monomania. In cella, I viaggi dell’anima si può leggere come l’equivalente soprannaturale di un dépliant turistico. Tra le destinazioni offerte ci sono la quarta dimensione, il mondo ultraterreno mesopotamico, i Sette Palazzi della Kabbalah. Anche solo a scorrere i titoli dei capitoli, poi, si capisce che i mezzi di trasporto sono perfino più allettanti delle mete: “Cavalcate a dorso di gru, evocazione dell’anima e spose fantasma nella Cina taoista”; oppure, “Viaggi interplanetari. Lo spaceshuttle platonico, da Plotino a Marsilio Ficino”. Qualcosa mi dice che un detenuto, salito a bordo dello spaceshuttle platonico, potrebbe incappare in una variante del paradosso dei gemelli e uscire di cella miracolosamente ringiovanito, dopo aver visto appassire ad uno ad uno i suoi carcerieri.
Luigi Pirandello, Mondo di carta (1909)
Sono poche pagine, ma per leggerle in cella bisogna mettere in bisaccia tutte le Novelle per un anno, e non dico che sia un male. Se il romanzo di Jack London sembrava anticipare il film di Lynch, questa novella di Pirandello è la perfetta prefigurazione di uno degli episodi più celebri di Ai confini della realtà, Tempo di leggere, scritto da Rod Serling a partire da un racconto di Lynn Venable. Il bibliomane Balicci vive tra i suoi libri, e “come quegli animali che per difesa naturale prendono colore e qualità dai luoghi, dalle piante in cui vivono, così a poco a poco era divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel colore della barba e dei capelli”. Un giorno, però, perde la vista. Il medico gli comanda di stare quaranta giorni al buio, e lui si reclude intristito nella sua biblioteca: “Eccolo lì, tutto il suo mondo! E non poterci più vivere ora, se non per quel tanto che lo avrebbe aiutato la memoria! La vita, non l’aveva vissuta: poteva dire di non aver visto bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto altro che leggere, leggere, leggere. Cieco ora per la realtà viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella rappresentata nei libri che non poteva più leggere”. Anche una biblioteca può trasformarsi in un carcere, a quanto pare.
“Ma tutto questo non ci riguarda!”, penserete voi. D’accordo, ma prima leggete qui e meditate ancora sulle sventure del povero bibliomane pirandelliano: “La grande confusione in cui aveva sempre lasciato tutti i suoi libri, sparsi o ammucchiati qua e là sulle seggiole, per terra, sui tavolini, negli scaffali, lo fece ora disperare”… Devo proprio evocarlo, il nome del demone da cui Balicci era posseduto?

venerdì 4 luglio 2014

Ipocrisia

Poesia inedita, scritta questa mattina.



Sono sempre
sbalordito
dalle persone.
Mi fanno paura,
chissà da quale pianeta
vengono
e dove andranno?
Essere educato
e civile
con me
dopo l'avermi sconfitto
è sicuramente una cosa intelligente.
Ma io non la apprezzo.
La vostra apertura al dialogo,
fascinosa come una
badilata sulle gengive,
sappiate che mi fa pena.


Così mi apparite,
così siete.

Care donne
credetemi,
il tacco cinque
non si deve portare.
Osate,
sennò portate delle
inscopabilissime ballerine.

Così mi apparite,
così siete.
Oggi è morto un famoso
scrittore italiano
e nei social le persone
lo piangono.
Ma credete a me,
lui avrebbe preferito
essere letto
e non essere venerato
post mortem.

Così mi apparite,
così siete.

Anche oggi mi state tutti sul cazzo.
Però vi voglio bene.




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Per me, una persona eccezionale è quella che si interroga sempre, laddove gli altri vanno avanti come pecore.
F. De André

giovedì 3 luglio 2014

La giovane donna

Anche oggi ripropongo una poesia da UNA COMPLESSA SEMPLICITA', libro che verrà ristampato da Edizioni del Faro.
 
La giovane donna

del Cimitero dei Libri Dimenticati

si mise sotto le coperte.

Sentiva il fiato del suo amante

sul collo.

Chiuse gli occhi,

iniziò a sognarlo.



L’avvolgente profumo del caffè

e la soave mattina di settembre

resero l’atmosfera

fantastica.

Si alzò e corse da lui

fino a perdersi, assieme,

nel tempo.


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F. De André

martedì 1 luglio 2014

Misticismo

Finisce tutto, anche i sogni. Per questo durano così tanto, perché a farli terminare è pericoloso.

...
Intanto un mistico
Forse un'aviatore
Inventò la commozione
E rimise d'accordo tutti
I belli con i brutti
Con qualche danno per i brutti
Che si videro consegnare
Un pezzo di specchio
Così da potersi guardare
Com'è profondo il mare
...
Com'è profondo il mare - Lucio Dalla


domenica 29 giugno 2014

Scrivere di domenica mattina

Domenica mattina, fuori il sole è già alto ma tra poco lascerà spazio ai temporali previsti per tutta la giornata. Il mondo dorme ancora, e forse questa è l'ora in cui sono sveglie solamente le persone sole. O magari è l'ora della solitudine. 
La notte è finita da un po', come le lacrime.

"Non è mica la morte che importa, è la tristezza, è la malinconia. Lo stupore. Le poche buone persone che piangono nella notte." C. Bukowski

venerdì 27 giugno 2014

Increspature

Scritta ieri sera. Eccola!



Dove sono finiti quei due?
Non ci sono mai stati.
E allora
non sono finiti da nessuna parte.

E la filologia
come si può definire?
Di fatto, non è facile dare una definizione univoca
perché è una disciplina dai molteplici aspetti.
La filologia è stata, e può essere, definita
in maniere diverse.

E grazie al cazzo!
A tutti questi pensieri
inutili.
Quei due lì
non sono mai esistiti,
quindi
non preoccuparti.
Stai sereno.
La filologia è più difficilmente
definibile di una religione,
quindi preoccupati ancora meno
e aumenta la tua serenità.

Per quanto interessanti siano le persone
e per quanto bene possano dispensare
ricordati
che quei due lì
insieme
valgono
meno di te
e che la complessità
della tua mente
vale più di un filologo.





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